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Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Lun 27 Giu 2011 - 12:23

Apro questo 3D per postare tutte le notizie dal web che ci sembreranno interessanti.
L'unica piccola accortezza da avere è postare sempre il link, la fonte alla quale risalire, così chi avrà voglia di approfondire saprà dove cercare.
Comincio io con un articolo che avevo cominciato a leggere prima di pranzo, di stretta attualità, buona lettura study


http://petrolio.blogosfere.it/2011/06/no-tav-val-susa---diretta-conquista-molto-provvisoria.html





Lunedì 27 Giugno 2011, 09:49 in Italia di Debora Billi



No TAV Val Susa - diretta. Conquista, molto provvisoria.


Come potete leggere su tutti i giornali, stamattina alle ore 6,30 circa è partito l'attacco delle forze dell'ordine al presidio NoTAV in Val Susa.
Al momento ci sono ancora ben mille persone, disperse per i boschi e sulla montagna. Sono stati usati i gas lacrimogeni a lunga gittata, guidati nei lanci dagli elicotteri. Molte persone, specialmente anziane (molti gli anziani presenti) si sono sentite male.
Un attacco criminale ad una barricata: montata sulla strada, era
sorvegliata da dieci ragazze che vi si trovavano sedute sopra. La
barricata è stata aggredita con una ruspa noncurante della presenza delle persone, rischiando di ferire gravemente qualcuno.
I giornali riportano che c'è stato un lancio di pietre all'indirizzo delle ruspe: la notizia è del tutto falsa, i valligiani hanno lanciato solo vernice
e nessuno ha tirato neppure un sassolino. Viene da dire che tanto vale
lancino pietre, visto che comunque lo scrivono lo stesso.
I giornali riportano anche che il piazzale è stato "riconquistato" dalla Polizia. Dalla valle mi garantiscono che si tratta di un successo sicuramente solo momentaneo. Nei prossimi giorni la mobilitazione sarà tale che probabilmente la storia non è proprio finita qui. La resistenza continua.
In aggiornamento.
- ore 10,30. Sembra che ci siano 4 feriti tra i valligiani. E' stato occupato il municipio di Chiomonte. La Statale 25 è bloccata.
- Al blocco di Sant'Ambrogio si stanno radunando lavoratori delle fabbriche adiacenti, scesi in sciopero.
- ore 10,50. Primi video: qui il video della fuga nel bosco, di un'ora fa.
- Sembra che si stiano radunando centinaia di camionisti con i loro TIR per bloccare le strade della valle.
- Arrivano notizie dei primi appuntamenti per presidi di solidarietà
alla Val Susa nel resto d'Italia. Nel pomeriggio, a Torino, Pinerolo,
Genova, Roma, Perugia, Napoli, Massa e Milano.
- ore 11,10. Da Il Fatto
arriva la notizia che la Polizia si è affrettata a consegnare già
l'area del cantiere TAV ai costruttori come se fosse tutto a posto. Non
vedono proprio l'ora di prendersi i quattrini EU.
- Sembra che siano presenti molti francesi, dall'altro versante TAV, in valle per manifestare solidarietà.
- ore 11,35. Si stanno radunando a Torino mezzi blindati di
Polizia, Carabinieri e Finanza. Sono stati visti anche i cani. Non si sa
dove esattamente siano diretti, probabilmente ai blocchi stradali nella
valle.
- Altri presidi di solidarietà oltre a quelli sopra segnalati: nel pomeriggio, a Pisa, Rimini, Cremona, Bologna e Bergamo.
- ore 11,55. Ci sono almeno 30 feriti tra i valligiani, di cui alcuni dispersi in un borgo e non in grado di muoversi.
- Qui una pagina
che riassume tutti i documenti relativi alle motivazioni NoTAV,
vent'anni di studi di docenti universitari ed esperti di economia dei
trasporti, di architetture contrattuali e finanziarie, di ingegneria
ambientale, di naturalisti, geologi, agronomi, medici e giudici. Chi non
si affatica a leggere può informarsi lì, e smettere di chiedere lumi al
primo che passa.
- ore 13. Magnifico video della ruspa a pinza in azione tra i manifestanti
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Lun 27 Giu 2011 - 14:20

http://crisis.blogosfere.it/

Centrale nucleare USA. La barriera ha ceduto.
La barriera di gomma piazzata intorno alla centrale nucleare di Fort Calhoun ha ceduto. Il fiume Missouri ha allagato l'area dove si trovano le piscine di stoccaggio delle scorie. Le piscine sono alte 24 metri, di cui metà sottoterra e metà fuori terra. Al momento funzionano i generatori diesel per il raffreddamento... non vi suona di già sentito?
Intanto continua a diluviare, le previsioni per i
prossimi giorni non sono per niente buone. E non esiste ancora uno
straccio di fotografia relativa alla vicenda. Noi dicevamo peste e corna
dei giapponesi...
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Mar 28 Giu 2011 - 8:24

http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=835:gianluca-freda&catid=40:varie&Itemid=44#comments

I GUERRIERI DELLA VALLE DIMENTICATA





Scritto da Gianluca Freda

Lunedì 27 Giugno 2011 18:12







Con un
certo trionfalismo e la consueta passione per le cazzate, che sulle sue
colonne non mancano mai, questa mattina il sito di “Repubblica” ha dato
notizia del nuovo assalto delle forze dell’ordine al presidio No Tav in
Val di Susa. I toni utilizzati dal fogliaccio debenedettico richiamano,
per l’orgoglio spirante dalla narrazione, altre memorabili conquiste
dell’umanità, quali le quote rosa, i diritti dei gay, la vittoria
dell’antiberlusconismo strepitante (ormai nessuno se la sente più di
chiamarlo “centrosinistra”) alle ultime/penultime/quintultime comunali e
l’esecuzione dell’inno nazionale italiano a rutti operata nel 1991 da
Eugenio Scalfari nel corso di una degustazione enogastronomica a
Fonterutoli.
Apprendiamo,
ammirati ed increduli, che “oltre 2000 uomini” hanno partecipato alla
titanica impresa dello sfollamento a suon di lacrimogeni e manganellate
di un presidio di cittadini della zona. Hernán Cortés, per conquistare
l’impero azteco, aveva utilizzato appena 508 soldati.
Scopriamo
che i manifestanti si sono dati “alla fuga nei boschi”, quali trucidi
briganti braccati da pizzardoni implacabili, reimpostando i ranghi in
una borbonica clandestinità che le autorità sabaude si preparano a
stroncare con le proprie guarnigioni. Per l’occasione, e approfittando
della ricorrenza dei 150 anni dall’Unità Nazionale, la salma del
generale Enrico Cialdini verrà riesumata ed esposta alla pubblica
devozione presso il Museo del Risorgimento di Palazzo Carignano.
Leggiamo
con inquietudine che 32 eroici poliziotti sono rimasti feriti nel corso
della battaglia (immagino calpestati dal branco dei banditi in fuga), a
fronte di appena 5 manifestanti contusi, il che offre uno spaccato
raccapricciante sulla soverchiante sproporzione delle forze nemiche (6 a
1! Pensate, amici telespettatori!) che i nostri generosi soldati hanno
dovuto fronteggiare per conseguire la vittoria. Per la verità le cifre
sono buttate lì un po’ a cazzo, come sempre si usa in queste
circostanze. Il salace Emanuele Fiano del PD, travolto dalla viva
emozione del momento, parla di “venticinque operatori di pubblica
sicurezza feriti”, cui ovviamente va la sua solidarietà. Curioso, da
parte di Fiano, quest’inopportuno ridimensionamento dello sforzo
compiuto dai nostri audaci combattenti. Forse 32 visite all’ospedale e
32 scatole di cioccolatini erano troppo onerose per i suoi impegni.
Gl’imbrattacarte
debenedettici c’informano che i biechi avversatori della Modernità e
dell’Innovazione hanno osato lanciare sassi (quale ovvove!) contro i
celerini inermi, oltre a perpetrare esecrabili atti vandalici contro il
municipio di Torino, immacolato sacrario della verginità fassinica. Ciò a
dimostrazione della loro cieca “violensa”, tanto più inopportuna in
quanto posta in atto con strumenti rudimentali, anziché con i moderni
apparati d’artiglieria, di cui si spera i manifestanti provvedano a
dotarsi al più presto.
Com’è
d’uso, “Repubblica” riporta una ricca crestomazia di ponderati
interventi d’auguste personalità della politica e dello spettacolo;
tutte parimenti sconcertate dalla “violensa”, tutte rammaricate per le
“vittime della violensa”, tutte con le boccucce a “o”, tutte
all’affannosa ricerca di quella certificazione ontologica che solo la
ciarla inconcludente è in grado di elargire all’uomo. Non ne cito
neppure uno, perché non me ne fotte niente del loro dramma esistenziale,
né dei gargarismi al microfono con cui si straziano per sottrarsi,
fosse pure per un attimo, al limbo dell’invisibilità mediatica. Che
vadano pure, cortesemente, ad esistere da un’altra parte, fuori dal mio
blog.
Il
pregevole reportage si conclude, com’è d’uopo, con il tripudio del
trionfo: “Abbiamo fatto rispettare la legge con la giusta fermezza!”;
“Via ai lavori!”; “Un plauso alle forze dell’ordine”; “Su Facebook nasce
il gruppo Sì alla TAV!” (immagino aperto dagli stessi giornalisti di Repubblica,
su gentile richiesta del direttore). Ed è chiosato dall’epiteto
“no-global”, che affiora qua e là nell’articolo a bollare i manifestanti
valsusini con un indelebile marchio d’infamia.


Ora, non
vorrei dare ai solerti scribacchini marcegaglici una delusione troppo
cocente, ma i manifestanti della Val di Susa, quale che sia la loro
composizione politica, con i No Global non hanno nulla a che vedere. Non
sono una massa di giovinastri e/o nostalgici della contestazione che
sia possibile inebetire con gli anatemi antiberlusconici, con la
divinizzazione della carta costituzionale o con la fola paradisiaca del
“nuovo scenario di libertà” scaturito dalle rivolte nei paesi arabi. Non
incendiano motorini a comando, né iniziano a sfasciare bancomat e
vetrine quando gli organi dell’informazione e del sindacalismo di stato
lanciano l’ordine di attacco. Sono lì da dieci anni e tutte le campagne
giornalistiche, gli attacchi coi lacrimogeni, i rivolgimenti politici, i
bandi e le grida severissime dei conestabili locali e nazionali, non
sono riusciti ad avere ragione di loro. Essi sono l’incubo più segreto
di ogni pataccaro dell’informazione: sono ciò che le forze popolari
potrebbero diventare se iniziassero ad organizzarsi e ad agire in modo
similare, anziché come branchi di scimmie ammaestrate, trasportate in
torpedone agli appuntamenti con il “dissenso”. Sono una forza di
resistenza compatta, autonoma ed efficace, che si distingue nettamente
dai No-Global comuni per le seguenti caratteristiche:


- Apoliticità:
i cittadini della Val di Susa non si illudono di poter modificare il
proprio destino per via elettorale. Sanno bene che il teatrino
destra-sinistra, cui la stampa incessantemente li invita a partecipare, è
una truffa allestita per fotterli e non si fanno fregare. Sanno bene
che non è da un cambio della guardia negli assessorati o nei ministeri
che dipendono le sorti della loro battaglia, ma dalle azioni e dalle
strategie che essi stessi saranno in grado di mettere in campo. Sono
refrattari alla propaganda “democratica”, perché vivono tutti i giorni,
sulla propria pelle, il portato e i benefici della celebre “democrazia”
che si tenta di imporgli. Con loro le campagne di stampa sul legittimo
impedimento, gli anatemi contro il “bunga-bunga”, il lavaggio del
cervello sui sacri-valori-della repubblica-nata-dalla-resistenza,
servono a poco.


- Interesse concreto:
i manifestanti valsusini non organizzano i propri presidi in nome di
qualche fumoso principio costituzionale o di qualche decotta teoria
liberista o marxista o voltairiana. Lo fanno per tutelare l’ambiente in
cui vivono, le proprie case, il proprio territorio, i propri congiunti,
dalla devastazione concreta che, sotto forma di esercito di caterpillar,
incombe quotidianamente su di loro. Nessuno lotta in modo efficace
quando lotta per un’ideologia. Le ideologie servono a chi ha pochi
grilli per la testa ed è alla ricerca di un hobby per ammazzare la noia.
Devi minacciare un uomo, non un “diritto umano”, se vuoi ottenere una
reazione apprezzabile.


- Rete locale:
nonostante gli apporti e il sostegno ricevuto dalle altre regioni e
perfino dall’estero, i No TAV restano pur sempre un’organizzazione
locale, fortemente radicata sul territorio. Non perdono tempo prezioso
con “visitatori” che non conoscono, che vivono e lavorano altrove e a
cui, in fondo e nel concreto, importa relativamente poco dei loro
problemi. Le loro manifestazioni, i loro “blocchi”, sono organizzati da
persone che si conoscono, che possono vedersi, incontrarsi e coordinarsi
quotidianamente per decidere le azioni da intraprendere. Con gran
scorno degli scribacchini della stampa, le loro manifestazioni non sono
(se non incidentalmente e inintenzionalmente) “allegre”, “colorate”,
“variopinte” e “all’insegna della multietnicità”. Sono manifestazioni
incazzate, tetre, minacciose e caratterizzate dalla partecipazione
preponderante degli abitanti della zona. Possiedono cioè quell’efficacia
che le ribellioni popolari avevano prima dell’avvento del
“multiculturalismo” imbecille, che le ha annacquate e ridotte a parate
da circo ad uso e consumo dei notiziari della sera.


- Conoscenza del territorio:
i No TAV non sono un’orda di gitanti sindacali, trascinati in torpedone
tra le strade di una città straniera. Conoscono a menadito il proprio
territorio. Sanno quali vie d’accesso, quali punti nevralgici, quali
arterie stradali è opportuno bloccare o occupare per ottenere gli
effetti desiderati. Possono attaccare o ritirarsi sfruttando boschi,
costoni o strade sterrate che ad uno straniero sarebbero ignoti. Possono
sfruttare la conoscenza della conformazione ambientale e geologica dei
luoghi per ottimizzare le proprie azioni di lotta. In ciò somigliano
davvero, un po’, ai briganti della resistenza postunitaria. Che Dio li
benedica per questo.


- Conoscenza approfondita delle problematiche in gioco:
ci avevano provato, poco più di un anno fa, a prendere in giro il
gruppo No TAV di Chiomonte: un “esperto” in tenuta d’ordinanza, invitato
dal sindaco Pinard, aveva cercato di vendere agli abitanti della valle
il progetto del tunnel esplorativo della Maddalena, esaltandone la
natura discreta e l’irrilevante impatto ambientale. Ma i cittadini di
Chiomonte hanno svelato imediatamente l’inganno, dimostrando una
competenza tecnico-scientifica degna di un ricercatore specializzato e
facendo rimediare al sedicente “esperto” una delle figure più barbine mai filmate da una videocamera.
Non si ha a che fare con generici “contestatori” da centro sociale,
imbottiti di dozzinale retorica comarile sulla “libertà”,
sull’”eguaglianza” e sulla “democrazia”, ma con uomini e donne che,
attraverso la lotta, hanno acquisito una padronanza dettagliata e
multisettoriale delle questioni su cui verte la loro azione. Il che
significa anche sapere quali scelte tecnico-ambientali sono le più
rischiose (e dunque le più urgenti da scongiurare), quali atti
amministrativi occorre bloccare, quali compromessi con le autorità
possono essere accettabili e quali sono invece irricevibili, e così via.
Sembrerà banale dirlo, ma si combatte meglio quando si sa con esattezza
ciò che si vuole e quali tasti specifici occorre premere per ottenerlo,
piuttosto che quando ci si limita a lanciare proclami sulla moralità
universale.


- Autonomia:
gli abitanti della Val di Susa non aspettano che siano le
organizzazioni sindacali e partitiche a fissare le date gloriose della
contestazione telecomandata. Le decidono da soli. Se possibile, le
decidono con breve anticipo, coordinandosi tra loro, determinando le
zone in cui organizzare i presidi, infischiandosene della programmazione
preventiva e contando sull’effetto sorpresa. Possono organizzare
raccolte di fondi per finanziare in piena autonomia le proprie
iniziative di lotta. A che diavolo serve una “manifestazione”
organizzata con un mese d’anticipo, dalle stesse organizzazioni che ti
succhiano il sangue, condotta sotto l’occhio vigile di poliziotti
paterni e sorridenti, lungo un percorso programmato, in cui il clou
della giornata è rappresentato dall’insostenibile comizio in politichese
tenuto da qualche faccia da culo dei sindacati confederali? Ciò che i
giornali sono soliti definire “manifestazioni di protesta” sono in
realtà penose sfilate di sguatteri che esibiscono la propria impotenza,
riempiendo i loro manovratori di legittima soddisfazione. Una
manifestazione deve essere imprevista, imprevedibile ed autogestita se
vuole distinguersi da una processione in onore del santo patrono.


- Strategia:
in occasione delle parate sindacali di particolare rilievo, i valorosi
combattenti No-Global dei centri sociali sono soliti prodursi in
periodici atti di teppismo e guerriglia metropolitana, cui attribuiscono
il titolo altisonante di “azione di lotta”. Con l’approvazione più o
meno tacita degli organi di controllo mediatico, essi incendiano e
rovesciano vetture in sosta, danno fuoco ai cassonetti dell’immondizia,
ribaltano tavolini, sedie e altre suppellettili dei locali pubblici,
sfasciano vetrine, svellono la segnaletica stradale. In tal modo non
ottengono un tubo, salvo beccarsi una gragnuola di meritate legnate, non
solo dai celerini, ma dagli stessi abitanti dei quartieri su cui hanno
scatenato il loro nebuloso quattordici di luglio. Senza contare la
facilità con cui tali imbecillissime esplosioni di frustrazione repressa
vengono infiltrate e manipolate dalle autorità costituite per i loro
fini. I No TAV si tengono alla larga da queste piazzate. Attaccano solo
dove e quando è necessario, evitando – com’è ovvio – di mettere a ferro e
fuoco i centri abitati in cui essi stessi vivono. Sanno ritirarsi,
quando è necessario, per progettare con calma e al momento opportuno
nuovi attacchi mirati. Utilizzano la tattica del temporeggiamento, senza
esagerare con le dimostrazioni di forza, che vanno invece progettate a
tavolino, attuate in condizioni favorevoli e gestite con la dovuta
preparazione. Evitano accuratamente di inimicarsi i concittadini facendo
a pezzi i loro beni di proprietà. Sanno distinguere tra un nemico e un
semplice non-sostenitore, il che è ciò che fa la differenza tra un
rivoluzionario dotato di strategia e un semplice fallito in lotta contro
il mondo. Il vicino di casa che lavora come capostazione o che è
proprietario di un Tir, può essere più utile alla causa di dieci minuti
di celebrità sui notiziari regionali, per quanto spettacolari.


- Raccordo con le autorità politiche locali:
uno dei segni più evidenti dell’intelligenza e dell’efficacia dei No
TAV sta nel loro rifiuto ad atteggiarsi a “duri e puri”. Quando è
necessario, essi sanno coordinarsi con le autorità politiche locali,
sanno tessere relazioni, sanno parlamentare, sanno gestire i rapporti
con sindaci, assessori, presidenti di regione e di provincia. Sanno fare
pressione sulle autorità politiche sfruttando i rapporti personali e la
rete di relazioni economiche, anziché attraverso gli slogan, gli
scioperi della fame e gli strepiti sguaiati. Essendo parte di una
collettività ristretta, le relazioni con gli esponenti politici locali
sono non di rado amicali o parentali, il che agevola la penetrazione nei
gangli amministrativi di rilievo. Non esiste nessuna rivoluzione che
non passi per il compromesso e la trattativa con chi detiene il potere
concreto. Una lezione di cui gli stessi progettisti di “rivoluzioni” con
più estese velleità di cambiamento dovrebbero fare tesoro.


Quello
che mi sembra mancare ai manifestanti No TAV (ma posso sbagliarmi, non
avendo che una conoscenza indiretta delle loro forme di organizzazione) è
una struttura fortemente gerarchica, sul modello militare, che fornisca
un maggior grado di incisività e di compattezza alle loro incursioni.
Appaiono ancora troppo legati al triste modello del “coordinamento
anarchico” sessantottardo, da cui mi auguro riescano a svincolarsi al
più presto per trasformarsi in una forza di resistenza dotata di
ordinamento verticistico, in grado di utilizzare più efficaci tattiche
di guerra asimmetrica, anziché di pura e semplice guerriglia.

In ogni
caso, anche tenendoli così come sono, la similitudine tra No TAV e No
Global è qualcosa che solo un giornalista orbo o pagato per esserlo può
essere così fesso da immaginare. E l’immaginazione senza freni rischia
di essere, per De Benedetti e i suoi coatti della ciarla inconcludente,
nonché per tutti gli eunuchi della stampa che oggi intonano peana alla
gloria della Ruspa Liberata, una fonte di cocenti e incessanti
delusioni.






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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Mar 28 Giu 2011 - 8:37

Io lo dico: queste persone hanno tutta la mia stima, tutto il mio appoggio e ammirazione. Che il Cielo le benedica e le renda vittoriose, alla faccia di tutti i beccamorti falsi che le diffamano!
Fanno bene a tirar sassi, fanno bene ad accogliere a brutto muso chi va a mettere le zampacce pelose a casa loro.
Nella vita si sceglie da che parte stare e ci si assume le responsabilità del caso.
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Mar 28 Giu 2011 - 9:06

http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=832:gianluca-freda&catid=30:scienza-bufale&Itemid=44

BREVE VADEMECUM ALLA CORBELLERIA SCIENTIFICA


Scritto da Gianluca Freda

Mercoledì 22 Giugno 2011 23:47




Negli
ultimi tempi, l’ormai ventennale fanfaluca del cambiamento climatico e
del riscaldamento globale sembra essersi sgonfiata e aver lasciato il
posto ad un imbarazzato semi-silenzio, che prelude (speriamo) ad un
prossimo suo smaltimento nel gigantesco cimitero delle fandonie
scientifiche; il quale già si onora di ospitare una vasta progenie di
pinzillacchere che, nei verdi anni della loro gioventù, fecero strage di
cuori, di cervelli e di titoli a otto colonne.



Come possiamo dimenticare fregnacce di straordinario spessore artistico
quali il Buco nell’Ozono, la SARS, il Millennium Bug, il Declino delle
Api, la Mucca Pazza, la Fine del Petrolio, le febbrili gemelle Aviaria e
Suina, lo Stronzio di Chernobyl nell’Insalata, che ci hanno
intrattenuto e divertito negli anni dell’adolescenza, che sono state la
colonna sonora dei nostri giorni di scuola, dei nostri primi amori?
Oggi
esse dormono sulla collina. A ciascun esponente di questa grande
famiglia di minchiate stampate, teletrasmesse e accompagnate dal coro a
bocca chiusa d’insigni scienziati salmodianti, è dedicato un grande
mausoleo terrazzato in granito bocciardato e pietra saponaria
nell’infinito camposanto della pecorile dabbenaggine umana. Altri
attori, altri pregevoli teatranti c’intrattengono oggi dalle
sollazzevoli pagine delle riviste scientifiche, in un incessante
ricambio generazionale il cui vivaio i nostri dominanti non dimenticano
mai di ripopolare con nuove, piacenti trovate. Il grande cimitero è lì,
austero e capiente, pronto ad accogliere, nel prossimo futuro, le
spoglie mortali dell’Uomo sulla Luna, del Darwinismo Evolutivo, del Big
Bang e di tutti i grandi istrioni che, dopo decenni di pubbliche
acclamazioni e di sfavillante carriera, attendono anch’essi, nella
sobria pacatezza della vecchiaia, il momento dell’agognato e sempiterno
riposo.
Purtuttavia
non era mai avvenuto, a memoria d’uomo, che l’imminente passaggio a
miglior vita di una castroneria scientifica d’incalcolabile rilievo
culturale, qual è stata l’indimenticabile grulleria della Terra Bollita,
avvenisse con tanto disdoro, con così grande strascico di polemiche,
con veglie preagoniche funestate dal lancio di scarole e pomodori
costoluti, anziché nell’attonito silenzio d’ossequio ch’è dovuto ai
grandi.


La celebre performer, già in avanzato declino senile, prese la sua stecca fatale nell’imbarazzante incidente del Climategate,
che dimostrò come la sua squillante vocalità sopranile non fosse
spontanea, bensì malamente doppiata in playback da dilettanti che
armeggiavano con modelli digitali preregistrati e bastoni da hockey. Il
suo canto del cigno avvenne nel corso del fatale Summit di Copenaghen,
del dicembre 2009, in cui ogni sforzo di imporre al mondo (e soprattutto
alla Cina) una parziale rinuncia all'intrapresa industriale, che
riportasse in auge, per abbandono dell'avversario, le passate glorie
dell'imprenditoria statunitense, si rivelò vano. Da quel momento, il
declino si è fatto doloroso, inarrestabile e reso più straziante dalla
furente delusione degli antichi ammiratori, che hanno sfogato contro
l’attempata soubrette tutta l’amarezza della credulità tradita.


Eppure
il lascito artistico della tramontante showgirl è stato d’enorme
rilevanza metodologica. Grazie al flop della Terra Bollita, possediamo
oggi un importante metro di misura per valutare il livello
d’attendibilità delle numerose “verità scientifiche indiscutibili” che
il cabaret del potere allestisce senza sosta sulla ribalta del pianeta.
Nell’articolo che segue, Jay Richards ha tratto dalla vita della
compianta Sollevatrice di Livelli Marini un indispensabile decalogo che
ci consentirà di identificare la bufala scientifica e il suo gradiente
di penetrazione nelle menti bovine dell’elettorato millenarista con
ragionevole e illuminante approssimazione.
(GF)

QUANDO DUBITARE DEL “CONSENSO” SCIENTIFICO

di Jay Richards

dal sito The American

traduzione di Gianluca Freda


Spoiler:

Chiunque
abbia studiato la storia della scienza sa bene che gli scienziati non
sono immuni alle irrazionali dinamiche del gregge.





Un sondaggio del Washington Post
del 18 dicembre [2009, NdT], pubblicato nell’ultima giornata dello
sfortunato summit sul clima di Copenaghen, rivela che “ormai quattro
americani su dieci affermano di nutrire poca o nessuna fiducia riguardo a
ciò che gli scienziati dicono dell’ambiente”. Tale sondaggio non è una
novità. Molti sondaggi recenti hanno evidenziato che lo scetticismo sul
“cambiamento climatico” sta crescendo più rapidamente del livello del
mare sul Pianeta Algore (da non confondere col Pianeta Terra, su cui il
livello del mare è rimasto relativamente stabile).



Molti
tra gli inattendibili scienziati del clima e tra i loro accoliti della
stampa attribuiscono quest’incremento dello scetticismo alla stupidità
degli americani, poveri filistei incapaci di comprendere che esiste un
“consenso scientifico intorno al cambiamento climatico”. Uno dei lati
positivi del recente scandalo del Climategate,
che ha sorpreso i più celebri scienziati del clima nell’atto di
manipolare dati, metodi e “peer review” per amplificare le prove
dell’esistenza di un riscaldamento globale degno di nota, è quello di
aver sgonfiato una volta per tutte la valenza retorica dell’espressione
“consenso scientifico”.



Ma anche
a prescindere dallo scandalo, il concetto stesso di “consenso
scientifico” dovrebbe farci riflettere. “Consenso”, secondo il
dizionario Merriam-Webster, significa allo stesso tempo “condivisione generale” e “solidarietà di gruppo intorno a sentimenti e convinzioni”.
Il che riassume a puntino il problema. Noi vogliamo sapere se la base
del consenso scientifico è rappresentata da solide prove e fondati
ragionamenti, oppure dalla pressione sociale e dal pensiero di gruppo.



Chiunque
abbia studiato la storia della scienza sa bene che gli scienziati non
sono immuni alle irrazionali dinamiche del gregge. Molte idee sbagliate
hanno raccolto consenso, in un momento o in un altro. Accade spesso,
infatti, che la “forza del paradigma” influenzi il pensiero degli
scienziati in modo così potente che essi divengono incapaci di recepire,
per non dire di valutare, con la dovuta attenzione le alternative
radicali. Mettete in dubbio il paradigma e molti vi risponderanno con
fanatismo dogmatico.



Naturalmente,
non dobbiamo dimenticare l’altra faccia della medaglia. Esistono anche
gli stupidi e i teorici del complotto. A prescindere da quanto sia
solidamente fondato il consenso scientifico su un dato argomento, da
qualche parte ci sarà sempre qualcuno – facilmente raggiungibile tramite
internet – convinto che si tratti di una bufala. Qualche volta si
scopre che costoro hanno ragione. Ma in molti casi si tratta solo di
scemi alle cui opinioni non conviene dar peso.



Quindi,
cos’è che deve fare un cittadino che non sia uno scienziato e non abbia
il tempo di studiarsi tutti i dettagli scientifici? Come può il comune
cittadino distinguere, per dirla con Andrew Coyne, “tra
la reale autorevolezza e la mera saggezza presa a prestito? E
all’inverso, come si fa a distinguere la stolida refrattarietà
all’evidenza dal legittimo scetticismo?”
Siamo forse obbligati a
credere che tutto ciò che ci viene detto sia fondato su un consenso
scientifico, salvo decidere di studiare la scienza per conto nostro?
Quand’è che si può dubitare del consenso? E quando si deve dubitarne?




La miglior cosa da fare è considerare il procedimento
con cui si è generato, si è affermato e si è comunicato il consenso
percepibile. Non sono in grado di fornire una lista esaustiva di
“segnali d’allarme”, ma utilizzando il cambiamento climatico come caso
di studio, propongo il seguente decalogo come prontuario di segnali che
dovrebbero spingerci a mettere in dubbio il “consenso” scientifico, su qualsiasi argomento.
Anche l’esistenza di uno solo di questi segnali è sufficiente per farci
fermare a riflettere. Se essi iniziano a moltiplicarsi, allora è saggio
essere diffidenti.





1) Quando si mescolano insieme affermazioni diverse.

Di
norma, nelle dispute scientifiche, si discute più di una singola
affermazione. Ad esempio, nel caso del riscaldamento globale, c’è
l’affermazione che il nostro pianeta stia diventando, in media, più
caldo. C’è anche l’affermazione secondo la quale le emissioni umane
sarebbero la principale causa del fenomeno, quella secondo la quale gli
effetti saranno catastrofici e quella secondo la quale dovremmo
modificare la nostra civiltà per affrontare il problema. Si tratta di
asserzioni differenti, fondate su differenti elementi di prova. Ad
esempio, le prove che esista un riscaldamento non sono prove della causa
di tale riscaldamento. Se anche tutti gli orsi polari annegassero, i
ghiacciai si sciogliessero, il livello dei mari si alzasse di 20 metri e
Newfoundland diventasse un luogo rinomato per l’abbronzatura, tutto
questo non ci direbbe nulla su quale sia stata la causa di questo
riscaldamento. E’ una questione di logica, non di evidenza scientifica.
L’effetto e la causa sono due cose diverse.



Vi è maggiore identità di vedute rispetto alla (1) esistenza di un modesto trend
d’incremento della temperatura a partire dal 1850, di quanta ve ne sia
riguardo alla (2) causa di questo trend. Vi è ancor meno concordanza
riguardo ai (3) rischi di tale trend o ai (4) rimedi da adottare. Ma
queste quattro diverse proposizioni vengono spesso mescolate insieme, in
modo tale che se si dubita di una di esse, si viene immediatamente
etichettati come “scettici” o “negazionisti” del cambiamento climatico.
Si tratta di palese disonestà intellettuale. Quando affermazioni ben
confermate si fondono con affermazioni differenti e più controverse e al
conglomerato risultante si affibbia l’etichetta “consenso”, allora
avete ottime ragioni per nutrire dubbi.



2) Quando contro i dissenzienti predomina l’attacco ad hominem.




Gli
attacchi personali sono comuni in qualunque disputa per il semplice
fatto che siamo esseri umani. E’ più facile insultare che seguire il
filo di un’argomentazione. Il semplice fatto che una persona utilizzi un
argomento ad hominem, non implica che le sue conclusioni siano
errate. Ma quando gli attacchi personali sono i primi ad essere
utilizzati e quando li si vede crescere in intensità e frequenza, allora
è bene che indossiate il vostro berretto da scettici e che osserviate
le prove con maggiore attenzione.



Nel caso
del cambiamento climatico, gli attacchi ad hominem sono dappertutto.
Sono perfino divenuti parte integrante dell’impostazione stessa del
dibattito. Un esempio è la diffusa etichetta di “negazionista”. Senza proporre nessuna argomentazione concreta, tale etichetta intende richiamare l’affermazione della “grande studiosa del clima” Ellen Goodman: “Vorrei
dire che siamo arrivati ad un punto in cui il riscaldamento globale è
impossibile da negare. Diciamo che i negazionisti del riscaldamento
globale sono oggi paragonabili ai negazionisti dell’Olocausto”
.



C’è un vecchio proverbio giudiziario: Se
i fatti sono dalla tua parte, appoggiati ai fatti; se la legge è dalla
tua parte, appoggiati alla legge; se nessuna delle due cose è dalla tua
parte, attacca il testimone
. Quando i propugnatori del consenso
scientifico partono subito con l’attacco ai testimoni, anziché con le
argomentazioni, siate sospettosi.



3) Quando si fa pressione perché gli scienziati aderiscano ad una linea politica.


Il celebre “affare Lysenko”
nell’ex Unione Sovietica viene spesso citato come esempio di ciò che
avviene quando la politica calpesta la scienza genuina. E’ un buon
esempio, ma viene spesso utilizzato per sottintendere che una cosa del
genere può accadere soltanto in un regime totalitario, cioè quando
potenti elite controllano il flusso delle informazioni. In tal modo,
però, si sottovaluta l’altrettanto potente cospirazione del conformismo,
in cui una congettura e gli interessi che le sono correlati si
combinano insieme per creare l’apparenza dell’obiettività dove non ve
n’è alcuna. Per i fini della propaganda, questo tipo di cospirazione è
perfino più pericolosa della cospirazione operata da un potere
dittatoriale, proprio perché dà l’impressione che le persone siano
giunte a sostenere la propria posizione attraverso una corretta ed
indipendente valutazione delle prove.



Incarichi
di prestigio, promozioni lavorative, finanziamenti governativi,
acclamazioni mediatiche, rispettabilità sociale, citazioni su Wikipedia e
vanità riescono a svolgere benissimo la stessa funzione dei gulag,
sebbene in modo più sottile. Alexis de Tocqueville, studiando la società
americana, aveva messo in guardia contro il potere della maggioranza di
erigere “formidabili barriere attorno alla libertà d’opinione;
all’interno di tali barriere, un autore può scrivere ciò che vuole, ma
guai a lui se osa spingersi oltre”
. Avrebbe dovuto occuparsi di scienza del clima.



Il
Climategate e le risposte vergognose che le istituzioni scientifiche
ufficiali hanno fornito alle sue rivelazioni, rendono evidente che gli
scienziati sono oggi sotto pressione affinché aderiscano all’ortodossia politica del cambiamento climatico, ricevendone in cambio molti benefici. Questo è un ulteriore motivo di sospetto.



4) Quando pubblicazioni e peer review su un dato argomento sono fatti in combriccola.


Sebbene abbia i suoi limiti, il procedimento di peer review
ha la funzione di fornire elementi di controllo e di valutazione, allo
scopo di escludere i lavori scadenti o fuorvianti e offrire un metro di
giudizio obiettivo per la ricerca scientifica. Quando funziona bene, è
uno strumento efficace. Ma quando poche persone riunite in uno stesso
gruppo controllano e approvano vicendevolmente l’una il lavoro
dell’altra, allora si generano inevitabilmente dei conflitti
d’interessi. Ciò indebolisce il valore del presunto consenso e crea, al
contrario, un’ulteriore ragione per essere diffidenti. Coloro che per
diletto hanno seguito sulla blogosfera il dibattito sul clima, sanno
ormai da anni che, in tema di scienza climatica, pubblicazioni e peer review vengono fatti in combriccola (si veda ad esempio QUI).



5) Quando le opinioni dissenzienti vengono escluse dalla letteratura scientifica sottoposta a peer review, non per inconsistenza degli elementi probanti o per cattiva argomentazione, ma come strategia per marginalizzare il dissenso.


A parte le complicità nella revisione, il processo di peer review nella scienza climatica è stato, in alcuni casi, dolosamente e deliberatamente stravolto allo
scopo di impedire la pubblicazione delle opinioni dissenzienti. Anche
in questo caso, gli avversatori delle teorie climatiche nella blogosfera
sono consapevoli da anni di questi problemi, ma il Climategate ha
rivelato al grande pubblico alcuni orripilanti dettagli di questa faccenda. E anche in questo caso, ciò offre al vasto pubblico un motivo in più per dubitare del consenso.




6) Quando si fornisce una falsa immagine della letteratura già sottoposta a peer review.


Data la forza retorica insita nell’idea di peer review,
vi è sempre la tentazione di offrire di essa un’immagine fasulla. Ci
hanno raccontato per anni che la letteratura già sottoposta a peer review era unanimemente favorevole all’idea di un cambiamento climatico indotto dall’uomo. Sulla rivista Science, Naomi Oreskes ha perfino pubblicato uno “studio” sulla letteratura scientifica di rilievo che evidenzierebbe “Il Consenso Scientifico sul Cambiamento Climatico”. In realtà, in letteratura esiste una pletora di articoli dissenzienti, e questo nonostante le prove sempre più consistenti che il sistema del peer review
sia stato stravolto a loro danno. Lo scandalo del Climategate ha
portato alla luce anche questo: gli studiosi del clima al centro della
controversia, si lamentavano nelle loro e-mail degli articoli di dissenso riusciti a sopravvivere alla trappola del peer review
che loro stessi avevano teso e fantasticavano di lanciare un missile
contro una rispettabile rivista scientifica che aveva avuto la
temerarietà di pubblicare un articolo dissenziente.



7) Quando il consenso viene dichiarato con troppa fretta e perfino prima che esista realmente.


Un
consenso scientifico ben radicato, come una quercia matura, solitamente
ha bisogno di tempo per emergere. Gli scienziati sparsi per il mondo
devono poter fare ricerche, pubblicare articoli, leggere ricerche di
altri studiosi, ripetere gli esperimenti (quando è possibile), tenere
pubbliche conferenze, rendere disponibili i propri dati e i metodi di
ricerca utilizzati, valutare le argomentazioni, osservare il trend, e
così via, prima di poter finalmente giungere ad un accordo. Quando gli
scienziati si affrettano a dichiarare l’esistenza di un consenso, e in
particolare quando vantano un consenso che deve ancora formarsi, ciò
dovrebbe spingere ogni persona ragionevole a fermarsi a riflettere.







Nel 1992, l’ex vicepresidente Al Gore rassicurò così i suoi ascoltatori: “Solo
una frazione insignificante degli scienziati nega la crisi del
riscaldamento globale. Il tempo dei dibattiti è finito. La scienza è
concorde”
. Tuttavia, nello stesso 1992, la Gallup “riferiva che il
53% degli scienziati attivamente coinvolti nelle ricerche sul clima non
credeva al riscaldamento globale; il 30% era incerto; solo il 17%
credeva che il riscaldamento globale fosse già iniziato. Perfino un
sondaggio di Greenpeace evidenziava che il 47% dei climatologi non
riteneva imminente un effetto serra fuori controllo; solo il 36% lo
riteneva possibile e un mero 13% lo reputava probabile”. Diciassette
anni dopo, nel 2009, Gore ha evidentemente deciso che era necessario
revisionare la sua stessa storia revisionista e ha asserito che il
dibattito scientifico sul cambiamento climatico indotto dall’uomo era
proseguito fino alla fine del 1999, ma che adesso esisteva un reale
consenso. Ovviamente, il 2009 è stato l’anno in cui è esploso il
Climategate, ricordando a tutti noi che ciò che un tempo profumava di
semplice divertimento conteneva probabilmente anche una parte di marcio.



8) Quando l’argomento della discussione appare, per sua stessa natura, refrattario al consenso.


Può aver
senso che gli studiosi di chimica, col passare del tempo, raggiungano
conclusioni unanimi riguardo agli effetti di una data reazione chimica,
visto che possono replicarne all’infinito i risultati nei propri
laboratori. Possono osservare la relazione tra l’esistenza di certe
condizioni e i loro effetti. In casi del genere, la sperimentazione è
semplice. Ma molti degli elementi che sono oggetto della scienza del
clima non hanno simili caratteristiche. Le prove sono sparse e difficili
da reperire; spesso sono indirette, incastonate nel corpo della storia e
abbisognanti di ogni genere di speculazioni. Non si può riprogrammare
il clima del passato per metterle alla prova, come si farebbe con degli
esperimenti chimici. E le conclusioni degli scienziati del clima che
hanno conquistato le prime pagine dei giornali, si basano su complessi modelli computerizzati
che gli stessi scienziati ammettono non essere un modello accurato
della realtà cui fanno riferimento; e che ricevono i propri input non
dai dati, ma dall’interpretazione dei dati effettuata dagli scienziati.
Non è il tipo d’indagine scientifica su cui sia facile raggiungere un
consenso ampio e ben definito. In effetti, se davvero vi fosse consenso
su tutte le svariate asserzioni che riguardano la scienza climatica, ciò
sarebbe veramente sospetto. A fortiori, gli stessi proclami relativi al
consenso sono ragione di diffidenza.



9) Quando “gli scienziati dicono” o “la scienza dice” diventano locuzioni comuni.


Su Newsweek
del 28 aprile 1975, il responsabile della sezione scientifica, Peter
Gwynne, affermava che gli scienziati erano “quasi unanimi” nel sostenere
che era in arrivo una glaciazione globale. Oggi ci dicono: “Gli
scienziati dicono che il riscaldamento globale porterà all’estinzione
delle specie vegetali e animali, all’inondazione delle zone costiere a
causa dell’innalzamento del livello dei mari, a fenomeni meteorologici
estremi, alla più ampia diffusione di siccità e malattie”. “Gli
scienziati dicono” è un’espressione disperatamente ambigua. Di fronte ad
essa, la vostra mente dovrebbe immediatamente domandarsi: “Quali
scienziati?”.



In altri casi, quest’indefinita accolita di scienziati viene promossa a “SCIENZA”, come quando ci viene detto: “Ciò che la scienza afferma mira ad impedire un cambiamento climatico catastrofico”.
“La scienza afferma” è un’espressione intrinsecamente subdola.
“Scienza”, dopo tutto, è un nome astratto. Non può affermare un bel
niente. Ogni volta che trovate questa locuzione utilizzata allo scopo di
sottintendere l’esistenza di un consenso, il vostro rilevatore di
bufale dovrebbe attivarsi all’istante.



10) Quando viene utilizzato per giustificare provvedimenti politici ed economici di grave rilevanza.


Immaginate
centinaia di leader mondiali e di organizzazioni non governative,
gruppi scientifici e funzionari delle Nazioni Unite, riuniti insieme per
un incontro sbandierato come la più importante conferenza dopo la II
Guerra Mondiale, nel corso della quale “si decide il futuro del mondo”.
Questi funzionari sembrano concordare sulla necessità di creare
istituzioni di “governo globale” per riordinare l’economia mondiale e
limitare in modo massiccio l’utilizzo delle risorse energetiche. Gran
parte di loro applaude a scena aperta
le denunce contro il capitalismo presentate da dittatori socialisti.
Uno strano attivismo dal sapore filosofico e metafisico circonda il
raduno. E il nostro stesso presidente viene a dirci che tutto questo si
fonda non sulla fantascienza, ma sulla scienza. Cioè sul consenso
scientifico che le attività umane, in particolare le emissioni di gas
serra, ci stanno conducendo verso un catastrofico cambiamento climatico.



Naturalmente
non abbiamo bisogno dell’immaginazione per visualizzare questo
scenario. E’ quel che è successo a Copenaghen, lo scorso dicembre. Ora,
tutto questo non esclude l’ipotesi che sia davvero in atto un
catastrofico cambiamento climatico indotto dall’uomo. Descrive però
un’atmosfera tale da prestare il fianco in modo assai rilevante ad una
falsa rappresentazione dei fatti. E come minimo, quando le conseguenze
politiche, che si dicono fondate sulla scienza, sono così profonde, le
prove scientifiche devono essere solide come roccia. “Affermazioni
straordinarie”, ripeteva spesso l’ultimo Carl Sagan, “richiedono prove
straordinarie”. Quando i megafoni del consenso insistono col dire che
non c’è più tempo, che dobbiamo muoverci, MUOVERCI, MUOVERCI!, allora avete il diritto di diventare sospettosi.



11)
Quando il “consenso” viene tenuto in vita da un esercito di giornalisti
portaborse, che lo difendono con zelo acritico e partigiano e sembrano
più impegnati ad aiutare alcuni specifici scienziati a diffondere il
loro messaggio che a raccogliere informazioni sul campo il più possibile
obiettive.


Devo davvero approfondire questo punto?


12) Quando continuano a ripeterci che esiste un consenso scientifico.


Un
consenso scientifico dovrebbe essere fondato su prove scientifiche. Ma
il consenso non è di per sé una prova. Quando una teoria scientifica è
davvero solida, non sentirete mai parlare di consenso. Nessuno parla di
consenso sul fatto che i pianeti orbitino intorno al sole, che la
molecola dell’idrogeno sia più leggera di quella dell’ossigeno, che il
sale sia cloruro di sodio, che la luce viaggi nel vuoto a circa 300.000
chilometri al secondo, che i batteri provochino a volte malattie o che
il sangue trasporti ossigeno ai nostri organi. Il fatto stesso che si
senta parlare così di frequente del consenso intorno ad un catastrofico
cambiamento climatico indotto dall’uomo, è forse già di per sé
sufficiente a giustificare i sospetti.



Parafrasando
il vecchio aforisma giudiziario, quando si hanno prove scientifiche
decisive, ci si appoggia alle prove. Quando si hanno buone
argomentazioni, ci si appoggia alle argomentazioni. Quando non si
possiedono né prove decisive né buone argomentazioni, allora si invoca
il consenso.
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da Iaco il Mar 28 Giu 2011 - 9:12

I BASTARDI NON SCRIVONO CHE PER FAR PASSARE LA TAV eliminano i documenti catastali di case esistenti e regolari nel territorio....
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Mar 28 Giu 2011 - 9:32

Iaco ha scritto:I BASTARDI NON SCRIVONO CHE PER FAR PASSARE LA TAV eliminano i documenti catastali di case esistenti e regolari nel territorio....
l'arroganza e la disonestà di questi omuncoli meritano di essere prese a sassate, altro che manifestazioni colorate e pacifiche Twisted Evil
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Mar 28 Giu 2011 - 10:01

http://www.stampalibera.com/?p=28161#more-28161

11 Settembre, Olocausto, terrorismo: le parole di verità di Ahmadinejad e Khamenei

25.06.2011
“Se le ‘scatole nere’ dell’11 settembre e dell’Olocausto
venissero aperte, si saprebbero molte cose”, ha detto il presidente
iraniano.

All’apertura di una conferenza internazionale sul terrorismo a
Teheran, sabato 25 giugno, Mahmoud Ahmadinejad ha denunciato lo
“sfruttamento” degli attentati dell’11 settembre 2001 da parte degli
Stati Uniti al fine di giustificare la loro presenza nella regione.
Il presidente iraniano ha egualmente fatto un parallelo con “lo
sfruttamento dell’Olocausto”, realizzato secondo lui per difendere lo
Stato d’Israele.
“Il modo in cui l’11 settembre è stato trattato e sfruttato
somiglia molto a ciò che è avvenuto con l’Olocausto”, ha affermato in
un discorso ritrasmesso dalla televisione.
Grande menzogna
In questi ultimi anni, Mahmoud Ahmadinejad ha
espresso a più riprese dei dubbi sull’origine degli attentati dell’11
settembre e sull’Olocausto, che ha rispettivamente qualificato di
“menzogna” e di “mito”, con grande danno dei paesi occidentali e di
Israele.
“Certe persone pensano che l’11 settembre aveva per scopo quello
di allentare la pressione sul regime sionista, rafforzare l’insicurezza
nella regione, distogliere l’opinione pubblica degli Stati Uniti, e
riempire le tasche dei capitalisti fautori della guerra”, ha sostenuto
il presidente iraniano, riferendosi agli interventi americani in Afghanistan e in Iraq.
E di insistere: “Se le ‘scatole nere’ dell’11 settembre e
dell’Olocausto venissero aperte, si saprebbero molte cose ma purtroppo
il governo americano non lo permette nonostante le richieste del mondo
intero”.
Sfruttamento del terrorismo
La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha egualmente fustigato, in
un messaggio letto durante la conferenza, “il calcolo diabolico delle
potenze dominanti che cercano di sfruttare il terrorismo come uno
strumento per pervenire ai loro scopi”.
“Gli americani e i loro alleati europei considerano come
terrorista chiunque minacci i loro interessi”, ha affermato,
aggiungendo: “Considerano come terroristi coloro che si battono per i
loro diritti legittimi e contro le occupazioni (straniere), non i loro
mercenari (…) che fanno soffrire i popoli innocenti”.
Le Nouvel Observateur – AFP
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da Iaco il Mar 28 Giu 2011 - 10:44

http://informarexresistere.fr/2011/06/28/tanto-fumo-poco-arrosto/
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da Iaco il Mar 28 Giu 2011 - 13:53

In Val di Susa è guerra! Scrivo a tutti coloro che mi hanno conosciuto, e che hanno conosciuto l'associazione Materya, e il suo impegno per l'ambiente.
In Val di Susa c'è una guerra. E nessun telegiornale sta dicendo la verità.
Una popolazione locale sta tentando di opporre resistenza alla costruzione di un'opera voluta da lobbies finanziarie, sostanzialmente inutile, destinata al trasporto delle merci (non è alta velocità.. per chi ancora non lo sapesse!), dal costo pari a tre volte il ponte di Messina.
TRE VOLTE il costo del PONTE DI MESSINA. Cito inchieste del Politecnico di Torino e Milano, e dati estratti dalla trasmissione Report (Rai tre) e da una bellissima trasmissione andata in onda alcuni mesi fa su La 7. Non mi dilungo sull'impatto ambientale, la collina di amianto (una stima di una ASL di Torino parla di 20.000 morti nei prossimi anni per la nube di fibre..) il tunnel di 54 km dentro una montagna già scavata dall'Enel perché ricca di Uranio, ma vi informo di questo:
I soldi destinati alla costruzione li metteranno le banche, ad un tasso del 6,2% ma la fidejussione a garanzia del prestito sapete chi l'ha messa? Voi! O se preferite lo Stato italiano! Entro 9 anni dovremo restituire 45 miliardi di debito alle banche che hanno finanziato l'opera.
45 miliardi sono quello che dovremo sostenere come costo per ridurre un pochino il nostro debito con l'estero per stare in Europa e il povero Tremonti non sa dove reperirli. Siete pronti a pagare altri 45 miliardi per far viaggiare più veloce l'acqua minerale di Lecce verso la Norvegia, e far arrivare prima i biscotti inglesi sullo scaffale del vostro supermercato? A proposito…non passeranno dalla Val di Susa le merci…Un noto docente del Politecnico dice che il costo del transito per un camion da questo valico non sarà competitivo con i costi degli altri tunnel che già esistono. Questa sarà davvero una cattedrale nel deserto.
Volevo solo informare tante persone che ancora non sanno..
Grazie del vostro tempo.. e chi di voi volesse aiutarci a fermare questo disastro divulghi questa mail.
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da Iaco il Mar 28 Giu 2011 - 18:08

Chiomonte: utilizzati lacrimogeni contenenti CS, arma chimica vietata in guerra!
Come testimoniato dalla sottoscritta, da tutti i presenti e da diversi giornalisti, durante lo sgombero della Maddalena di Chiomonte le forze dell'ordine sono ricorse pesantemente all'utilizzo di gas lacrimogeni. Nella foto sottostante, scattata ad una delle innumerevoli cartucce ritrovate sul posto, si legge chiaramente: “lacrimogeno al cs” (orto-clorobenziliden-malononitrile). I gas CS rientrano tra le cosiddette “armi chimiche”, infatti fanno parte di questa categoria “ tutte le sostanze gassose, liquide o solide, che, diffuse nell'area e sparse sulle acque o sul terreno, producono negli esseri viventi lesioni anatomico - funzionali di varia natura, tali da compromettere, in via definitiva o solo anche temporanea, l'integrità dell'organismo umano” (http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=g8gas). Come tutti sappiamo, l’utilizzo delle armi chimiche è stato fortemente contrastato e condannato, tant'è che in moltissime convenzioni internazionali ne è stato proibito lo sviluppo, la produzione e l'utilizzo. Ne è un esempio La Convenzione sulle armi chimiche del 1993 - CWC - Chemical Weapons Convention (http://www.opcw.org/chemical-weapons-convention ) ratificata in Italia nel 1995 ed entrata in vigore nel 1997 che vieta l'utilizzo del gas CS in tutte le guerre internazionali. ( http://it.wikipedia.org/wiki/Gas_CS) * Ritengo assolutamente inacettabile e incivile che la stessa sostanza, il cui utilizzo è vietato contro i "nemici" durante una guerra internazionale, venga invece utilizzata dalle forze dell’ordine contro Civili, anche anziani, durante una protesta. E la questione è ancora più grave se andiamo ad analizzare meglio chi erano i cittadini, ovvero prevalentemente persone che protestavano in modo pacifico contro un'opera ritenuta un enorme sperpero di risorse pubbliche, oltre che inutile e dannosa. Personalmente ritengo che le istituzioni, i partiti e i loro esponenti che hanno tanto auspicato l’intervento delle forze militari in Valsusa e che si sono congratulati con le stesse per il "successo", come il Sindaco Fassino, abbiano il dovere di condannare l'utilizzo di armi chimiche sui propri cittadini o di assumersi, alla luce dei suddetti fatti, la responsabilità delle loro dichiarazioni antecedenti e successive all'accaduto. * Il CS è entrato a far parte dell'armamento standard in dotazione alle forze di pubblica sicurezza con il DPR 5 ottobre 1991 (Regolamento che stabilisce i criteri per la determinazione dell'armamento in dotazione all'Amministrazione della pubblica sicurezza e al personale della Polizia di Stato che espleta funzioni di polizia), il quale all'articolo 12, comma 2, recita: "gli artifici sfollagente si distinguono in artifici per lancio a mano e artifici per lancio con idoneo dispositivo o con arma lunga. Entrambi sono costituiti da un involucro contenente una miscela di CS o agenti similari, ad effetto neutralizzante reversibile
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Gio 30 Giu 2011 - 19:42

http://www.stampalibera.com/?p=28273#more-28273



Le carezze del Potere


29 giugno 2011 | Autore Roberto Duria |




“La differenza tra Democrazia e Dittatura è che in Democrazia prima
si vota e poi si prendono ordini; in una Dittatura non c’è bisogno di
sprecare il tempo andando a votare”

Charles Bukowski, “Compagno di sbronze”



Sembra una beffa del destino che il capo della polizia italiana si
chiami Manganelli. Non sarà stato messo lì apposta? Nel nome una
garanzia. C’è qualcosa di intrinsecamente osceno nelle manganellate
delle forze dell’ordine distribuite ad inermi manifestanti, tanto è vero
che i poliziotti inglesi – i Bobby – per lungo tempo furono sprovvisti
di sfollagente. E lo sono ancora di più le manganellate date ai
terremotati abruzzesi. Ma come? Nel 1976, dopo il terremoto del Friuli,
ai miei conterranei furono elargiti aiuti economici, mentre a quelli
abruzzesi manganellate. Cos’è cambiato, in Italia, in questi ultimi
trentacinque anni?
Proviamo per un attimo, come esercizio psicologico, a sforzarci di
vedere le cose, attraverso la visiera dell’elmetto, dal punto di vista
del celerino. Noi rimaniamo singoli individui anche quando ci mescoliamo
ad altre centinaia di manifestanti e ci stupiamo di tanta cattiveria
nei nostri confronti, mentre un poliziotto addestrato a picchiare la
gente ci vede come una massa indistinta. Non conosce i nostri nomi, non
sa che lavoro facciamo (se ne facciamo uno), non sa che partito abbiamo
votato alle ultime elezioni, se siamo donatori di sangue o se tifiamo
per l’Inter, se abbiamo una madre anziana da accudire o se abbiamo figli
da mandare all’università. Soprattutto non si rende conto che siamo dei
borghesi come lui, a cui la scuola e l’intera società ha fatto il
lavaggio del cervello, facendoci credere negli ideali della democrazia e
nel rispetto delle istituzioni. La cosa è semmai ancora più
paradossale: nonostante sia un servitore delle istituzioni, il
poliziotto manganellatore non si rende conto che con ogni manganellata
distribuita mina alle radici la fiducia della persona colpita in quella
democrazia e quelle istituzioni che, manganellando, è chiamato a
proteggere e tutelare. La fiducia è una cosa seria.

Ogni botta sulla testa o nei gomiti o sulle mani dei manifestanti è
un colpo di piccone alla diga di credibilità dell’intero sistema basato
sulla fiducia del cittadino votante, che delega i suoi rappresentanti
alla gestione del bene comune, il bene della Polis.
Evidentemente, questo metodo funziona e gli psicologi della polizia
sanno che si può strapazzare il cittadino quanto si vuole, ché tanto le
masse digeriscono in fretta le offese e dimenticano, tornando a votare,
quando chiamate, come un gregge di pecorelle al suono del flauto del Dio
Pan. Sanno, gli psicopoliziotti, che si può mandare all’ospedale un
gran numero d’individui, ché tanto la società continuerà ciecamente ad
avere fiducia nelle istituzioni e a delegare burattini politici che si
metteranno a saltellare in televisione con quei salti tipici delle
marionette, a scatti, qualche volta sbraitando nei “talk show” all’uopo
predisposti, qualche volta rilasciando pacate dichiarazioni nei salotti
di Bruno Fazio o Fabio Vespa, ma sempre suonando l’arpa dell’ipnosi
suadente e perbenista. Se si pensa che in passato c’è scappato il morto,
più di una volta, e la gente continua a credere nella democrazia; se si
pensa che decine di contadini e operai sono stati falciati dalle
pallottole delle forze dell’ordine, e i campi hanno continuato a essere
lavorati e le fabbriche hanno continuato a produrre, ci si deve
arrendere all’evidenza: la violenza paga. E la violenza della polizia
paga ancora di più.
I poliziotti sono pagati per picchiarci, per imporre la volontà dei
padroni occulti del mondo, i veri dominatori che ci affumicano la
vista con una schiera di superpagati saltimbanchi della politica. Ma i
poliziotti sono anche pagati per correre dietro a ladri e assassini e
dunque svolgono anche una funzione sociale. Ed è quella che ci viene
rinfacciata ogni giorno attraverso i telegiornali. La caccia a mafiosi,
criminali comuni e terroristi.
Ora, io mi chiedo: poiché è assodato che mafia e terrorismo sono
spesso, se non quasi sempre, un’emanazione del sistema occulto di
potere, non sarà che anche la criminalità abbia la stessa origine? Su
mafia e terrorismo ho le idee abbastanza chiare. Troppi indizi mi fanno
capire che lo Stato è la matrice dell’una e dell’altro, mentre sulla
criminalità posso affermare che c’è una base fisiologica da parte dei
banditi comuni, ma che forse i gangsters sono anch’essi funzionali al
sistema, se non altro perché offrono un pretesto all’esistenza delle
forze dell’ordine. Potrebbe darsi che le sperequazioni e le ingiustizie
sociali, unitamente a certi contesti sociali disagiati e a una filosofia
popolare diffusa secondo cui la felicità è possibile solo attraverso la
ricchezza, portino un certo numero di persone a intraprendere la strada
del crimine. Ma le forze dell’ordine ci sguazzano. Siccome il fenomeno
della criminalità è autorigenerante, sarebbe saggio cercare le cause di
tale genesi e neutralizzarle, ma i padroni del vapore, come li si
chiamava un tempo, si guardano bene dal farlo, preferendo lasciare che
la società vada in malora, che i cittadini soffrano e intervenire a
posteriori, anziché preventivamente. Poi magari c’è sempre lo psicologo
di turno che parla di prevenzione del crimine, ma sono discorsi che
lasciano il tempo che trovano, dal momento che se si prevenisse
veramente il crimine, migliaia di poliziotti dovrebbero essere
licenziati.
Analogamente, se si curassero veramente le malattie, migliaia di
dottori rimarrebbero disoccupati. Così, se Satana non esistesse, la
Chiesa Cattolica e le sue figliastre protestanti dovrebbero chiudere
Barabba e burattini. E addio introiti!
Come si dice a Roma? “Urbis et orbi, mandate tanti sordi!”. Noi gente
per bene possiamo disquisire quanto si vuole sul piano metafisico,
dicendo che senza il Male non sapremmo cos’è il Bene e senza il Diavolo
non potremmo immaginare l’esistenza di Dio, ma questi qua ci campano!
La Chiesa è diventata la multinazionale più ricca del mondo, in
assoluto, e hanno la faccia tosta di chiederci il cinque per mille! Lo
Stato, con la Triade mafia, terrorismo e criminalità, si fa i suoi
conticini, vede che gli conviene e per guadagnarsi lo stipendio mette in
opera i piani degli Illuminati. I quali saranno anche pazzi fanatici,
ma non sono mica scemi: hanno inventato il sistema delle tasse, oggi
chiamate entrate, e per pagare i suoi scagnozzi usa i nostri soldi così
che di noi, tapini, si può dire, alla meridionale: “Contenti e
mazziati!”. Oppure, “Cornuti e mazziati!”, ché il senso è lo stesso.
Chi paga lo stipendio dei manganellatori della Val Susa? Noi, che
veniamo predati del frutto del nostro lavoro, vilipesi e svuotati di
dignità, dovendo subire decisioni calate dall’alto, da molto in alto.
Chi paga le scie chimiche? Sempre noi, che veniamo trattati come
scarafaggi da irrorare, con la differenza che le manganellate le
sentiamo eccome, ma le nubi tossiche disperse nell’atmosfera non le
percepiamo con altrettanta evidenza.
La
conclusione logica di questo ragionamento, che vorrebbe essere una
specie di legittima difesa o di rigurgito d’orgoglio, sarebbe che non si
dovrebbero pagare le tasse, per togliere l’ossigeno che mantiene in
piedi i manganellatori della Val Susa, unitamente ai piloti che
rilasciano sostanze tossiche nell’aria. Forse anche le multinazionali,
del farmaco, del cibo o degli altri bisogni indotti, avrebbero qualche
conseguenza economica negativa dalla nostra ponderata astensione a
finanziarle, ma a questo punto, posti di fronte alla gamma di opzioni a
nostra disposizione, ci rendiamo conto che siamo belli e fregati. Se non
paghiamo le tasse veniamo prima demonizzati e poi incarcerati e se
boicottiamo cibi e farmaci veniamo prima ridicolizzati dalle altre
pecorelle e poi….facciamo la fame. Dove ce lo procuriamo il cibo, noi
cittadini ultradipendenti? Direttamente dal contadino? Perché, esistono
ancora contadini, fuori dai libri di scuola delle elementari?
Siamo in un “cul de sac” e i margini di manovra paiono ristretti. Non
ci resta che piangere, direbbero Benigni e Troisi, ma almeno facciamolo
con dignità. E nel frattempo, piangendo, mettiamo in chiaro alcune
cose. Se mafia e terrorismo sono emanazioni dello Stato, funzionali alla
sua esistenza, non potrebbe darsi che anche istituzioni insospettabili
abbiano parte in causa? Per esempio, assodato che ricchissime famiglie
d’origine ebraica manovrano i fili dell’alta finanza, creano
disoccupazione e crisi economiche, provocano colpi di stato e mettono i
loro lacché nei posti di comando, a piacere, e siccome ad alti livelli
gli estremi si toccano, facendo incontrare nascostamente quelli che
sulla scena del Matrix-teatrino sono acerrimi nemici, non sarà che anche
la Chiesa Cattolica, riconosciuta potenza mondiale senza territorio,
faccia parte dell’élite mondialista che spinge nella direzione del nuovo
ordine mondiale?
Mi pongo questa domanda perché a parole la Chiesa si oppone alla
distruzione della vita e della natura, ma in pratica non fa nulla per
fermare la devastazione di entrambe le cose. Riconoscerete l’albero dai
suoi frutti e il frutto della Chiesa Cattolica è un non frutto. Cioè, in
pratica, è come se non esistesse. Una mente fredda e razionale è
obbligata a constatare che è la Chiesa stessa a rendere atei, perché se
Dio esistesse veramente questo mondo non andrebbe a catafascio, ovvero
non sarebbe lasciato campo libero a chi sta distruggendo la Val di Susa e
tutto il restante pianeta.
Nel caso dell’alta velocità, il clero non ha neanche preso posizione a
favore delle popolazioni locali. Non che io sappia. Forse l’avrà fatto
qualche prete di campagna, che a sua volta, poverino, diventa funzionale
al sistema. E’ come con i preti animalisti: diventano funzionali,
lasciando credere che l’istituzione di cui fanno parte sia animata da
buone intenzioni, mentre l’unica cosa coerente e sensata che potrebbero
fare è di andarsene. Lasciate Babilonia la Grande, finché siete in
tempo!
Il manganello è la forma gentile del potere. All’epoca di Bava
Beccaris usavano direttamente le palle di moschetto e i morti non si
contavano. A Genova, tutti noi abbiamo visto all’opera i
manganellofori, portatori di manganello. Abbiamo visto il sangue
scorrere, ma a quanto sembra, come società nel suo complesso, non ne
abbiamo tratto grandi insegnamenti. E’ bastato che le sirene dei
telegiornali e i giornalisti prezzolati spargessero le loro menzogne per
tranquillizzare il popolo bue. Nessuno impara mai niente dalla violenza
dello Stato, ma incamera il concetto che con le autorità non si può
discutere. Messaggio forte e chiaro!
Un episodio di cui sono stato testimone risale al 2004. Ne parlo
perché non è salito agli onori della cronaca, benché abbia portato
all’ospedale numerosi manifestanti. Come animalisti siamo figli di un
dio minore e anche quando le prendiamo dalla polizia non viene a saperlo
nessuno. A San Polo d’Enza (RE) all’epoca esisteva il più grande
allevamento italiano di animali per la vivisezione. Di manifestazioni
pacifiche se n’erano tenute a bizzeffe. Gli organizzatori delle proteste
erano giovani anarchici toscani e dico questo per inquadrare la
situazione, permettendomi pure di evidenziare il dato di fatto che,
quando ci sono di mezzo gli anarchici, va sempre a finirla male!
Scartata l’ipotesi che gli anarchici siano masochisti a cui piace essere
picchiati dalla polizia, se no non si sentono abbastanza anarchici, mi
chiedo se per caso quel genere di ambiente iperpoliticizzato, che si
richiama a stereotipi ottocenteschi, non sia facile preda di
infiltrazioni da parte della polizia.
Ma diamo pure per scontato che si tratti di fossili politici sinceri,
genuini e autentici, chiusi in un’isola felice come i dinosauri del
mondo perduto di Conan Doyle, vorrei dire loro: le vie di mezzo non
funzionano. A star seduti su due sedie ci si ritrova con il sedere per
terra. Tu, anarcollerico, vuoi fare le cose per bene? Organizzati
militarmente, altrimenti è solo tempo perso. Ragazzate.
Se tu, giovane anarchico vestito di nero, con il fazzoletto sulla
faccia, vai a insultare i carabinieri – 10, 100, 1000 Nassirya – non
puoi pretendere che non scatti una risposta uguale e contraria. E’
fisica, diamine! Sei sicuro che gli altri manifestanti, quelli che tu
disprezzi chiamandoli piccoli borghesi e che non vengono alle tue
riunioni, siano pronti per la guerriglia urbana? Ti senti autorizzato a
coinvolgerli in un massacro di botte e fratture ossee? Non è che
potresti, magari, se proprio ti prude di menar la mani, andare allo
stadio o fare quei demenziali giochini di guerra con proiettili di
vernice?
Perché è così che andò, il 20 novembre 2004, a San Polo d’Enza: gente
inerme maciullata e inseguita fin nel pronto soccorso degli ospedali
della zona. Poi, alla fine, dopo qualche anno, l’allevamento fu chiuso,
ma in quell’occasione il Potere si mostrò senza maschera, con la smorfia
beffarda del suo teschio ghignante, mentre normalmente, alla gente, si
mostra con il soave sorriso di un Garattini, un Veronesi o una serafica
Levi Montalcini.
Avevamo per caso bisogno di conferme circa la violenza delle forze
dell’ordine? Non ci bastano tutti gli esempi che abbiamo raccolto fin
qui? Una mole enorme!
Insomma, il gioco al massacro non mi piace, come concetto filosofico
prima ancora che letterale e siccome noi siamo obiettivamente meglio
dotati cerebralmente dei poliziotti, è nostro compito cercare la
vittoria senza andare a farci ammazzare di botte. “Qui si parrà la tua
nobilitate”, diceva Dante nel secondo canto dell’Inferno e un sistema
per sconfiggere l’infernale Sistema in cui viviamo ci deve pur essere,
da qualche parte.
Prima di arrivare alla guerra civile, dove gli ormoni e gli
entusiasmi guerreschi dei ragazzi dei centri sociali verranno utili, è
meglio scandagliare tutte le possibilità. Sì, lo so, i ragazzi – è
fisiologico – hanno sempre fretta. Tutto e subito è il loro motto. Ma
non siamo tutti ragazzi carichi di testosterone, per fortuna e, a un
certo punto, con una leggera pacca sulla spalla, bisognerà anche dirvi:
“Ragazzo spostati e lasciami lavorare!”.
Che poi, pensa, anche se ci organizzassimo militarmente, come
avveniva settanta anni fa sulle montagne piemontesi, quante probabilità
avremmo non dico di vincere, ma solo di sfangarla e di portare a casa la
pellaccia? Davvero c’è qualcuno che pensa di poter combattere le forze
di quest’ordine, che sono solo i prodromi edulcorati del prossimo
governo mondiale? Ma li leggete i siti di controinformazione su
internet? Avete idea delle armi che la polizia di tutto il mondo ha a
disposizione? Una guerra civile offrirebbe il pretesto all’élite
mondialista per ammazzare qualche milionata di civili, che è quello a
cui aspirano. La riduzione della popolazione.
Dunque, cerchiamo di farci venire un’idea per ostacolare i piani dei
padroni del mondo. Per ora i valsusini si stanno comportando bene. Danno
un esempio a tutti e sono semplicemente da ammirare. E’ in loro che, a
distanza, anch’io ripongo la speranza di poter fermare la
schiacciasassi da guerra dell’élite mondialista.
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da rextiffany il Gio 30 Giu 2011 - 19:49

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/34858/48/

di Rino Giacalone - 30 giugno 2011

Chissà perchè senza accordi scritti a livello politico ogni giorno incredibili quantità di rifiuti lasciano la Campania per arrivare in Sicilia? Anche ad Alcamo.

A chiederselo sono due sindaci, quello di Napoli, Luigi De Magistris, l’ex pm, parlamentare europeo, da poco eletto primo cittadino della città partenopea, e anche quello di Alcamo, Giacomo Scala che pare ha più volte bussato alle porte della presidenza della Regione Sicilia per sapere qualcosa di più, ma non raccogliendo risposte, se non la conferma che l’assessorato regionale Territorio ed Ambiente nulla conosce di quanto accade. Il sindaco di Napoli si è posto la domanda anche nell’ambito di un altro scenario, che è quello che in generale l’emergenza rifiuti a Napoli è provocata per «ingrassare» e «ingrossare» la malavita e le casse della camorra. A Trapani un decennio addietro un capo mafia del calibro di Vincenzo Virga a proposito di rifiuti andava dicendo, all’epoca era la sua impresa che gestiva l’impianto di riciclaggio della «monnezza» di contrada Belvedere, «trase munnizzia ed esce oro», oggi l’affare non è cambiato, in Sicilia come in Campania.

Secondo le notizie fornite alla stampa dal sindaco De Magistris «ogni giorno partono da Napoli per la Sicilia 200 tonnellate di rifiuti, senza che sia stato sottoscritto un accordo tra la Regione Campania e la Regione Sicilia, e questo nonostante sia in vigore la delibera del Tar Lazio che vieta i trasferimenti di rifiuti da Regione a Regione, in assenza di un accordo tra le due istituzioni». I rifiuti vanno in Sicilia grazie a un accordo tra la Sapna, la Società della Provincia di Napoli che si occupa di rifiuti e «che ha rapporti chiacchierati con imprese e imprenditori legati al presidente della Provincia», Luigi Cesaro, Pdl, e un'associazione temporanea di imprese la cui capofila è l'azienda dell’alcamese Vincenzo D'Angelo, un nome ricorrente nelle cronache giudiziarie a proposito di tutela ambientale e non solo, più volte sotto indagine ha anche una condanna a sette mesi per trattamento illecito di rifiuti. Si parla di un appalto per circa 138 milioni di euro. D’Angelo è stato più volte oggetto di indagini e di sequestri delle sue aziende alcamesi, una la più importante è la Sirtec, azienda che dovrebbe trasformare i rifiuti, presso la stessa impresa raccoglie il percolato delle discariche che poi dovrebbe smaltiere negli impianti specialistici. Il suo nome è uscito anche (perché intercettato) in una indagine di mafia, e ancora nelle indagini a proposito dello smaltimento dei residui di lavorazione provenienti dal porto di Trapani ai tempi della Loui Vuitton Cup del 2005, le gare preliminari alla Coppa America. In una notte portò via dal porto una incredibile quantità di materiali, qaulche ora prima ad un amico carabiniere aveva fatto vedere il decreto in tutta fretta firmato dall’allora prefetto Finazzo. Potrebbe esserci un legame tra questa attività e la presunta corruzione di un sottufficiale dei carabinieri, quest’ultimo denunciato da un altro suo collega per una mazzetta da 5 mila euro presa da D’Angelo. L’imprenditore alcamese non ha potuto che ammettere la circostanza dicendo però che quello era un prestito, pur precisando in Tribunale dove è stato sentito che quel prestito lui ben sapeva che mai sarebbe rientrato.

Tornando all’affare rifiuti di oggi. «Abbiamo cercato di capire di più su quanto accade, su cosa viene trasportato qui ad Alcamo, di che genere di rifiuti si tratti - dice il vice sindaco di Alcamo on. Massimo Fundarò - ma ci è stato sempre genericamente detto che è tutto è apposto, che non si tratta di rifiuti solidi urbani, ma di rifiuti speciali». Al sindaco di Napoli risulterebbe invece che a viaggiare è proprio la «spazzatura raccolta dalle strade» infilata dentro le famose «balle» più volte inquadrate dai servizi televisivi.

La questione è stata posta anche all’attenzione della Provincia regionale di Trapani che ha i compiti di vigilanza, ma così come accaduto in passato, per altre questioni relative allo stesso imprenditore D’Angelo (titolare della Sirtec), l’amministrazione provinciale è rimasta in silenzio. E i rifiuti continuano a viaggiare.
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da Iaco il Gio 30 Giu 2011 - 20:03

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/6-luglio-muore-il-web-italiano/2154694/15


qui per firmare petizione contro questa decisione dittatoriale

http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio/?rc=fb
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da Iaco il Ven 1 Lug 2011 - 15:58

anche qui per firma

http://sitononraggiungibile.e-policy.it/?err=1
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da QueenMillennia il Ven 1 Lug 2011 - 17:26

varanasy ha scritto:http://www.stampalibera.com/?p=28273#more-28273
Le carezze del Potere
29 giugno 2011 | Autore Roberto Duria |
Sembra una beffa del destino che il capo della polizia italiana si
chiami Manganelli. Non sarà stato messo lì apposta? Nel nome una
garanzia. [...]

Neutral

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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Lun 4 Lug 2011 - 8:18

http://www.stampalibera.com/?p=28345#more-28345

L’Italia sotto i colpi
della Green Economy




fonte: http://etleboro.blogspot.com/2011/06/litalia-sotto-i-colpi-della-green.html

Dopo le Poste Italiane, anche Trenitalia va in tilt a causa di un
problema dei sistemi informatici IBM, con un altro black-out che va a
colpire un servizio pubblico vitale e che segue immediatamente
l’oscuramento dei portali di Camera e Senato. E’ ormai chiaro che
l’Italia è divenuta un bersaglio di un attacco di un’arma invisibile
(si veda “Un’arma di distruzione di massa digitale“)
. Il problema dell’attacco informativo all’Italia in realtà è
direttamente correlato al fatto che il 90 per cento dei software
utilizzati da banche e società sensibili sono della IBM o di grandi
multinazionali dell’informatica. In pratica, non esistono più dati
segreti né sistemi inviolabili da intrusioni esterne, in quanto lo
Stato, le società e le banche non hanno il controllo dei software né la
certezza assoluta che gli stessi produttori non violino il sistema da
loro creato.
Un altro 1992? L’intreccio si infittisce, e sorge
quindi la domanda se esiste una qualche correlazione con lo stretto
monitoraggio lanciato da Moody’s su 16 banche italiane, in quanto il
circuito elettronico bancario italiano non è di loro proprietà né dello
Stato. Lo scenario sembra così avvicinarsi sempre più a quello
creatosi nel 1992, quando all’indomani della ratifica del Trattato di
Maastricht, sull’Italia gravava una minaccia di svalutazione di rating
ed una tornata di speculazioni sulla lira, orchestrata dalla nostra ‘vecchia conoscenza’ George
Soros. Ancora una volta i gruppi finanziari stanno dispiegando le loro
pedine, per sferrare l’attacco contro quegli Stati che non sono caduti
sotto i colpi della crisi economica globale, come avvenuto invece per
Spagna, Portogallo e Grecia. Ed è lo stesso Soros che avverte sul
possibile crollo dell’euro, come passo “probabilmente inevitabile” per
impedire il collasso economico e la stessa estinzione dell’Unione
Europea. Nella sua richiesta di passare ad un ‘Piano B’ traspare il
chiaro invito ad adottare misure che vadano a trasferire parte della
sovranità fiscale a Bruxelles – ossia dopo l’imposta sul valore aggiunto
anche quelle sul reddito – nonchè a creare istituzioni europee che
facciano da garanzie per le banche. Sembra che sia stata così creata
l’ennesima situazione di crisi per giustificare così una decisione
‘tanto difficile quanto necessaria’ per garantire la conservazione dello
status quo degli Stati e della comunità europea.

La Disinformazione. Lo spettro delle variabili però
a questo punto si amplia: da una parte l’Italia, dall’altra i Balcani e
il piano energetico. Questa è soprattutto una guerra di propaganda e
di sabotaggio, in cui le persone vengono utilizzate come munizioni,
strumentalizzate ed asservite ad uno scopo molto sottile, che va al di
là della politica e delle leggi economiche. L’indipendenza e la
sovranità sono la posta in gioco da difendere, visto che la loro
cancellazione sono alla base delle teorie democratiche più
fondamentaliste, di cui si stanno appropriando gruppi mediatici e ONG,
scagliando le armi della manipolazione e della disinformazione. I
tradizionali programmi della democrazia non sono più credibili, e così
si sono inventati la ‘Green economy’ come nuovo sistema di economia
sostenibile, ma che in realtà nasconde le stesse identiche lobbies del
petrolio, del riciclaggio di denaro e delle speculazioni edilizie. Da
tali programmi reazionari nascono Ong come Mans o Trasparency
International per correggere il tiro dei Governi se se non seguono le
direttive da loro prescritte, mentre per gli schieramenti cosiddetti
ultranazionalisti si instaura la Rekom, finanziata con 3.5 milioni di
euro per aprire una nuova era di lustrazione politica. Le testate
locali vengono pagate per mostrare la loro misera pubblicità, mentre
aggregano attorno ad uno stesso tavolo quelle Ong che da oltre 20 anni
truffano i governi per progetti sulla ricostruzione dopo la guerra
inesistenti, raccontando sempre le stesse storie su crimini e
genocidi. Ovviamente speculari organizzazioni negli Stati Uniti non
hanno mai indagato il Pentagono per aver dato un appalto da 200 milioni
di dollari ad un ragazzino di 25 anni per la fornitura di armi
all’esercito afghano. Né è mai stata aperta un’inchiesta sui contratti
messi a segno dalla Bechtel che, dalla Romania sino al Kosovo e
all’Albania, ha prodotto un indebitamento per miliardi di dollari, che
graveranno sugli Stati negli anni a venire, grazie alla conseguente
emissioni di Bonds per coprire i prestiti. Questo perchè dietro
contractor e società schermo esiste la mano della CIA che utilizza la
guerra al terrorismo come arma di aggressione delle aziende
concorrenti. Finanziano questa miriade di Ong locali a suon di dollari
pur di sbarrare la strada a qualsiasi azienda o stato che vuole
sottoscriere un accordo o un concordato. Allo stesso tempo finanziando
branchi di debosciati, in nome e per conto della democrazia, fomentando
rivolte e guerriglie cittadine.Mappatura dati. Deve
però far riflettere che il gruppo di Soros finanzia aggressive campagne
mediatiche e allo stesso tempo lavora alla realizzazione della
mappatura delle risorse energetiche ed economiche degli Stati,
finanziando progetti che si traducono nell’appropriazione di dati
statistici e fonti pubbliche. La Fondazione Soros giunge in Albania e si
appropria dei dati dello Stato albanese, rivendendo in contropartita
un vecchio sistema di gestione dei dati statistici: nasce così la ‘Open
Data Albania’, da un progetto dalla Open Society Institute per creare
il cosiddetto portale delle statistiche, e avere in cambio il pieno
accesso ad informazioni nazionali. In nome della trasparenza e della
lotta alla criminalità viene imposta la pubblicazione e la consegna dei
dati, sensibili e pubblici delle società. Non dimentichiamo che
l’USAID e la stessa Commissione Europea hanno stanziato milioni di
dollari per l’informatizzazione e l’e-governement dei Paesi non
digitalizzati, fornendo non solo soldi, ma anche tecnologie e tecnici.
Inoltre, tutti i progetti di digitalizzazione amministrativa nonchè di
produzione dei passaporti biometrici sono nelle mani di un ristretto
gruppo di società informatiche. Gli stessi Stati hanno scelto come
partner per la gestione dei propri dati potenti multinazionali che, per
la loro struttura e ruolo, rappresentano delle entità che agiscono
nella sfera della difesa e dell’offensiva militare. Inconsapevolmente
hanno così perso ogni potere sulla segretezza e la tutela della loro
informazione. Troppo potere in mani IBM. Il sospetto
che sorge, adesso, è se l’unione tra Stati e società private non stia
oggi sfuggendo di mano, creando nei fatti una situazione in cui gli
stessi Stati Uniti, che hanno creato macchine ‘infernali’ come IBM,
Microsoft e Google, sono stati assoggettati ad un dictat. Dopo aver
creato i software, hanno elaborato i virus per sabotare i propri
clienti e il troyan per controllarlo, nel quadro di una strategia di
spionaggio massiva sullo schema di Echelon. Tutti i nostri computer e
sistemi elettronici che trasmettono o ricevono dati sono divenuti delle
cimici sempre attive a cui connettersi qualora diventi necessario o
‘interessante’. Meccanismi questi noti da tempo agli addetti ai lavori,
ma oscuri al grande pubblico che sarà obbligato ad accettare in nome
della sicurezza. Il prossimo passo sarà probabilmente quello
dell’impianto dei chip, a cominciare da soggetti pericolosi per la
società, come persino hacker o programmatori, in grado di riconoscere e
tradurne i linguaggi. La IBM intanto si sta trasformando in uno Stato
vero e proprio, creando la “NISC – National Interest Security Company,
An IBM Company (2011)”, che opera nei settori che vanno dall’Energia
alla Salute, dalla Difesa alla Sicurezza, “fornendo innovativi sistemi
di information technology, di gestione delle informazioni nonchè
consulenze e soluzioni tecnologiche a sostegno dell’interesse
nazionale”.

Un sistema in crash.
Quello che invece si presenta ai nostri
occhi è un sistema che sta in qualche modo cedendo per far posto ad un
altro, e i segnali già ci sono. Il sistema si sta avvicinando ad un
punto tale di saturazione che potrebbe essere distrutto da un crash di
grandi dimensioni. Un’autodistruzione che verrebbe però celata da
attacchi cybernetici provenienti da movimenti di hacker ed ex
dipendenti di società informatiche. Vedremo quindi così si
inventerranno i contractor della democrazia. Forse i media cominceranno
a chiedersi da dove viene quella pioggia di denaro che gli permette
loro di portare avanti le loro campagne, aprendo così gli occhi sul
fatto che se si va a combattere la corruzione si diventa un corruttore.
I politici dei Balcani, le segreterie politiche, le ambasciate di
tutto il mondo cominciano ad acquisire la consapevolezza che la
disinformazione che è in atto è palesemente visibile. Alla sua lotta
combatte ogni giorno l’Osservatorio Italiano, che ha costruito un
proprio ruolo senza il denaro di nessuna lobby o dei piani di
integrazione europea.
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da rextiffany il Lun 4 Lug 2011 - 12:21

www.dirittodicritica.com
di Arianna Pescini
Nello Stato del Rajastan in palio televisori e una macchina per chi si opera: è l'ultima trovata per regolare le nascite


Entro il 2030 l'India sarà il Paese più popoloso del mondo, e il governo dello Stato del Rajasthan, nella parte settentrionale del subcontinente, ha deciso di correre ai ripari in maniera piuttosto bizzarra. Falliti negli anni scorsi alcuni tentativi di regolamentazione delle nascite, si è deciso ora di indire una lotteria per chi accetti di sottoporsi alla sterilizzazione entro il 30 settembre.
L'invito, se così vogliamo chiamarlo, è rivolto sia a uomini che donne, e chi verrà estratto potrà portarsi a casa i simboli dell'Occidente opulento, che

qui scarseggiano: tv al plasma, motorini, elettrodomestici e la Tata Nano, la macchina indiana low cost diventata famosa in tutto il mondo.
Al distretto sanitario di Jhunjhunu, località appartenente allo Stato settentrionale, fanno sapere che l'obiettivo è quello di 21 mila sterilizzazioni all'anno; solo nel Rajastan la popolazione è aumentata del 21% negli ultimi dieci anni.
Ma la bomba demografica sta per esplodere in tutta l'India, con una media di quasi tre figli a donna.
L'idea della lotteria abbinata ad un intervento per inibire la fertilità è considerata geniale in patria, visti anche i fallimenti degli anni passati: «La crescita della popolazione è un problema di tutti – ha affermato il demografo indiano Somayajulu all'agenzia spagnola Efe – e in molte zone costituisce un ostacolo allo sviluppo, sommato alla povertà e alla carenza dei servizi sociali del Paese».
Negli anni Settanta si promettevano denaro e taniche di olio vegetale, poi ha campeggiato sui manifesti lo slogan “Hum do, Hamare do” (noi siamo due e i nostri figli sono due”); e l'ultima trovata risale a tre anni fa, quando lo Stato del Madhya Pradesh (infestato dai banditi) offriva in cambio della virilità dei contadini un porto d'armi con tanto di fucile nuovo di zecca, sia per difendersi dagli assalti sia per compensare simbolicamente la perdita del “fattore macho” con un oggetto che stimola il senso di potere in un uomo.
La sterilizzazione rischia però di essere solo una limitazione del fenomeno demografico, non una soluzione: «Molti – continua il demografo indiano – si fanno operare quando hanno già tre o quattro figli. In India in realtà si dovrebbe cambiare la mentalità, e far sposare i giovani in età più avanzata».
Nel Rajastan hanno fiducia, anzi i premi della lotteria non sono stati scelti a caso: la televisione è l'emblema di una convinzione espressa anni fa anche dal ministro della Salute indiano: «Se la gente ha l'elettricità e una televisione, si dedicherà a guardare quella, non a fare figli. L'ottanta per cento della crescita di popolazione si ridurrebbe con la tv».
E che dire della Tata Nano? L'idea è semplice, afferma l'organizzatore della lotteria: auto piccola per incentivare famiglie piccole.
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da rextiffany il Mer 6 Lug 2011 - 7:34

che schifezza... ma secondo me c'è di peggio Sad

http://blogeko.iljournal.it/

Il genere umano ha prodotto così tanti rifiuti, ne ha dispersi così tanti nell’ambiente che ora sta mangiandoseli. Letteralmente quanto indirettamente.

Ogni anno circa 12.000-24.000 tonnellate (tonnellate!) di plastica entrano nella catena alimentare dal vortice dei rifiuti dell’Oceano Pacifico, il più conosciuto dei punti in cui la nostra immarcescibile immondizia si accumula in mare.
I pesci la ingeriscono – ed insieme ad essa assorbono un carico di sostanze tossiche – e poi noi mangiamo i pesci.

Finora se n’era occupato semmai qualche articolo di giornale. Ora il fatto ha piena e documentata evidenza scientifica attraverso un articolo pubblicato la scorsa settimana su Marine Ecology Progress Series.

Si usa dire che i pesci pescati con plastica nello stomaco la ingeriscono durante i lunghi, spasmodici e disperati tentativi di liberarsi dalle reti in cui anch’essa rimane intrappolata.

Per “depurare” i risultati da questa eventualità i ricercatori della spedizione Seaplex, effettuata nel 2009, hanno tirato su ad intervalli di pochi minuti le reti calate nella zona del vortice dei rifiuti.

Il 9,2% dei 141 pesci (appartenenti a 27 specie diverse) catturati nell’arco di 20 giorni aveva plastica nello stomaco.
Si trattava di pezzettini di grandezza inferiore a un’unghia: troppo piccoli per determinarne la natura. Del resto, nei vortici dei rifiuti si trova soprattutto plastica ridotta in frammenti minuti dall’azione delle onde e del sole. La più difficile da vedere, e probabilmente la più temibile.

Ne consegue la stima che ogni anno, nel solo vortice dei rifiuti del Pacifico (non è affatto l’unico al mondo) i pesci ingeriscano 12.000-24.000 tonnellate di plastica. Una stima prudenziale: non tiene conto di quella rigurgitata o espulsa con le feci, nè dei pesci che muoiono per averla ingerita.

Questa ricerca si è limitata all’aspetto, diciamo, quantitativo. Tuttavia la plastica rilascia sostanze tossiche e soprattutto si comporta come una spugna, assorbendo sostanze inquinanti disperse nell’ambiente, come i Pcb (policlorobifenili) e il Ddt. Sono sostanze bioaccumulabili: non si degradano e restano all’interno degli organismi viventi, accumulandosi al vertice della catena alimentare. Ma le conseguenze tossicologiche per la catena alimentare sono ancora da indagare.

La maggioranza degli animali trovai con la plastica nello stomaco erano pesci lanterna, che vivono alle medie profondità. Sono molto piccoli e non arrivano direttamente sulle nostre tavole.

Però è notorio che il pesce più piccolo (e l’annesso eventuale carico di schifezze) viene mangiato da quello più grande e così via: fino al sommo predatore, l’uomo.
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Ven 8 Lug 2011 - 10:57

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8580

DI IDA MAGLI
italianiliberi.it


Si
stanno rappresentando in questi giorni, in diversi paesi d’Europa,
straordinarie commedie dell’assurdo. Gli attori più in vista sono gli
uomini di Governo - in Francia, in Spagna, in Grecia, in Germania, in
Italia - ma sono coadiuvati talmente bene in questa recita da tutti gli
altri responsabili della vita politica e sociale, e prima di tutto dai
giornalisti, che noi, poveri cittadini-sudditi, non riusciamo a capire
perché il loro frenetico agire ci sembri così privo di una concreta
direzione di senso e temibile proprio per questo.

Lo spettacolo offerto dagli “attori” italiani è tragico e surreale al
tempo stesso. Berlusconi, Tremonti, Bossi, recitano a meraviglia
i loro piccoli scontri sul bilancio, sul trasferimento di qualche
Ministero al Nord, sulla necessità del governo centrale di aiutare lo
smaltimento dei rifiuti a Napoli, come se davvero questi fossero i
problemi politici di una Nazione che non soltanto deve provvedere alla
vita ordinata di 60 milioni di persone ma che, per la sua posizione
geografica, per i suoi impegni con l’Ue e con la Nato, è al centro di
interessi economici e militari a livello mondiale.


Le opposizioni stanno al gioco con una puntualità e una solerzia quasi incredibili,
tenendo ben fissa l’attenzione dei cittadini, ma in apparenza anche la
propria, sui piccoli particolari di queste dispute come se davvero
fossero racchiusi qui i maggiori problemi degli Italiani. Se qualche
volta la polemica sembra diventare più forte, è soltanto perché lo
scambio di invettive ha assunto termini maggiormente violenti e
volgari, ma si tratta in tutti i casi di invettive a vuoto: servono ad
alimentare la commedia. Della politica vera, dei drammatici problemi
veri, non parla nessuno, né al governo né all’opposizione.
I problemi più importanti

Sono problemi che chiunque è in grado di vedere e che, volendo limitarsi
esclusivamente ai più gravi ed impellenti, possiamo indicare nel modo
seguente:

  1. L’
    inesistenza dell’Europa come realtà politica, dalla quale però
    dipendiamo come se esistesse (la vicenda della guerra in Libia decisa
    da Sarkozy ne è una soltanto una delle ultime e sconvolgenti prove).

  2. L’
    appartenenza dell’Italia alla Nato, organizzazione militare che non si
    sa più a quale direttiva politica obbedisca data la mancanza di
    un’autorità politica europea e la contemporanea perdita di potere dei
    singoli Stati d’Europa (nessuno s’interroga, per esempio, su quale
    ruolo stia svolgendo nella politica estera l’Inghilterra, sempre
    sorella degli Stati Uniti ma con un piede dentro e uno fuori dell’Ue).

  3. Il
    potere assoluto dei banchieri, a livello mondiale ed europeo, che ha
    completamente esautorato i politici nazionali e sta mano a mano
    svuotando l’essenza stessa dei singoli Stati costringendoli a vendere i
    loro possessi e finanche il proprio territorio (la Grecia è soltanto la
    prima di una catena già pronta).

  4. L’irrazionalità
    di una sola moneta come espressione e strumento di 17 Stati totalmente
    differenti per il loro peso politico e le loro dimensioni economiche.
    E’ evidente che, o si disfa al più presto questa costruzione sul vuoto,
    oppure si verificherà un catastrofico fallimento collettivo. C’è forse
    bisogno di una qualsiasi dimostrazione in questo campo? L’euro è
    soltanto il diverso nome del marco. Un marco privo, però, dello Stato
    di cui era espressione. Per questo la Germania ha funzionato fino
    adesso come lo “Stato ombra” dell’euro. Ma è chiaro che la Germania non
    può continuare a reggere questa mastodontica finzione senza farsi
    trascinare anch’essa nel baratro: prestarsi soldi fra debitori
    (l’Italia, tanto per fare un esempio, ha iscritto nelle uscite del
    proprio bilancio il denaro prestato alla Grecia) è una pratica da
    “pazzi”, che nessun “povero” metterebbe in atto e che nessun usuraio
    accetterebbe, ma che i banchieri della Bce e del Fmi fingono di trovare
    normale e necessaria, spingendola fino all’estremo al solo scopo di
    rimanere alla fine “proprietari”, concretamente proprietari di
    tutta l’ Europa dell’euro.

  5. L’eliminazione degli intellettuali dalla leadership, concordemente attuata da tutti i
    partiti europei, fatti esperti dallo scontro-sottomissione degli
    intellettuali nella Russia bolscevica. I partiti più importanti in
    Europa sono anche oggi quelli essenzialmente comunisti, reduci del
    comunismo e più o meno suoi eredi. L’Italia ne rappresenta la più
    fulgida testimonianza: il Presidente della Repubblica è appartenuto per
    tutta la vita, fino dai tempi di Stalin, al Partito comunista. Con il
    trattato di Maastricht gli intellettuali sono stati praticamente
    aboliti; non si sente più nessuna voce che possieda autorità tranne
    quella dei banchieri. Segno evidente di una tragica realtà: se sono
    morti gli intellettuali, è morta la civiltà europea.

  6. La
    complicità di tutti i mezzi d’informazione con il disegno dei politici
    e dei banchieri. Una complicità così assoluta quale mai si era
    verificata prima nella storia perché non obbligata da nessuna censura.
    Gli oltre 500 milioni di cittadini d’Europa coinvolti nell’operazione
    disumana di lavorare senza saperlo al proprio suicidio, vi sono stati
    condannati non tanto dai politici quanto dai giornalisti. Senza il
    silenzio dell’informazione non sarebbe stato possibile condurre in
    porto un disegno di puro potere quale quello in atto.

Politici e banchieri in commedia


Se ciò che ho messo sinteticamente in luce è il quadro generale, per
quanto riguarda i piccoli avvenimenti di quest’ultimo periodo a casa
nostra non si può fare a meno di rilevare gli errori compiuti dai
partiti di governo. Il Pdl e la Lega avrebbero avuto il dovere di
piegarsi almeno per un momento a riflettere sui motivi delle sconfitte
riportate nelle ultime elezioni e nei referendum. Per farlo, però,
sarebbe stato necessario abbandonare il gioco della finzione come unica
attività dei politici, uscire dalla “rappresentazione”, scendere dal
palcoscenico dell’assurdo, cosa che evidentemente non hanno il coraggio
di fare. Che non sia facile è chiaro. Bisognerebbe, infatti, rivelare
agli Italiani che la sovranità e l’indipendenza della Nazione non
esistono più, che tutte le funzioni vitali della società e del potere
sono state consegnate in mani straniere e che quello che sembra ancora
autonomo ed efficiente è di fatto pura apparenza. E’ sufficiente un
solo esempio.

Tutto il gran parlare e il gran manovrare
che si verificato in questi giorni intorno ai nomi del Signor Draghi,
del signor Bini Smaghi e di altri importanti banchieri, appartiene al
mondo della “rappresentazione”, della “commedia surreale”. In realtà i
politici e il governo italiano non possiedono in questo campo alcun
potere. Il signor Draghi, il signor Bini Smaghi, il signor Trichet
(presidente della Bce) sono, chi in un modo chi in un altro, i
proprietari, i possessori, gli “azionisti” delle Banche centrali. La
Banca d’Italia, la cui direzione il signor Draghi sta per lasciare
nelle mani del probabile signor Bini Smaghi, non è per nulla la Banca
“di” Italia, non appartiene allo Stato italiano; quel “di”, particella
possessiva, è un falso perché si tratta di una banca di proprietà di
cittadini privati, possessori, come il signor Draghi, di parti
del suo capitale, e continua a portare il nome di quando era
effettivamente di proprietà dello Stato italiano ed emetteva la moneta
dello Stato, esclusivamente allo scopo di ingannare i cittadini
italiani. Stesso discorso si può fare per la Banca centrale europea,
anch’essa proprietà di ricchissimi banchieri privati come i Rothschild,
i Rockfeller e gli altri banchieri possessori del capitale della Banca
d’Inghilterra, della Banca d’Olanda e ovviamente anche della
Banca d’Italia come il signor Draghi. Lo Stato italiano, quindi, non
ha, come nessun altro Stato europeo, alcun potere sulle nomine e tutto
il gran parlare che si è fatto sul rispetto delle “procedure” da parte
del Governo, sull’approvazione da parte del Parlamento europeo della
nomina di un “illustre italiano” nelle vesti del signor Draghi, è stata
una commedia, finzione allo stato puro: i banchieri si scelgono, si
cooptano fra loro, tenendo nascosto il proprio potere dietro la
copertura dei politici.

In conclusione: non c’è nessuno,
in Italia, che non lavori a ingannare i cittadini, ivi compresi - è
necessario ripeterlo e sottolinearlo - i giornalisti, la cui complicità
è determinante in quanto costituisce il fattore indispensabile alla
riuscita della rappresentazione.

Rimane la domanda
fondamentale: perché i politici hanno rinunciato al proprio potere
trasferendolo nelle mani dei banchieri? Nessuno ha ancora dato una
risposta soddisfacente a questo interrogativo ed è questo il motivo per
il quale siamo tutti paralizzati: siamo prigionieri in una rete
fittissima ma non sappiamo contro chi combattere per liberarcene.
Il regno di Bruxelles


Laddove i banchieri non sono soli a comandare, troviamo insieme ad essi
altri privati, non soggetti a nessuna votazione democratica, quali i
Commissari dell’Ue e i Consiglieri del Consiglio d’Europa, di cui
probabilmente gli Italiani non conoscono neanche il nome. In quel di
Bruxelles le commedie dell’assurdo abbondano, tanto più che, lontani da
qualsiasi controllo, si sono moltiplicati i ruoli, gli attori e i fiumi
di denaro necessari alle rappresentazioni. Gli obbligati “passaggi” di
alcune normative attraverso il Parlamento europeo, per esempio,
costituiscono soltanto una delle innumerevoli, mirabili finzioni che
sono state ideate per ingannare i poveri sudditi dell’Ue. Infatti le
decisioni importanti vengono prese in ristretti gruppi di élite
(il Bilderberg, l’Aspen Institute, per esempio) e la loro consegna al
Parlamento obbedisce ad un rituale pro-forma, ad un’apparente
spolverata di democraticità, così come soltanto pro-forma vengono
consegnate poi per la ratifica finale ai singoli Parlamenti nazionali.
Il nostro Parlamento, ubbidientissimo e servile come nessun altro, a
sua volta le approva senza preoccuparsi neanche di farcelo
sapere. A tutt’oggi l’80% delle normative in vigore in Italia è dettato
da Bruxelles, ma gli Italiani credono ancora di essere cittadini di uno
Stato sovrano.

Insomma, dobbiamo guardare in faccia la
realtà: lo Stato italiano esiste soltanto di nome e noi, suoi sudditi,
serviamo a tenere in vita, con i nostri soldi e la nostra credulità,
una miriade di istituzioni “crea carte” e “passa carte” prive di reale
potere. Si tratta, però, di istituzioni che, come succede sempre negli
Stati totalitari, creano per sé a poco a poco il potere che non
possiedono costruendo e organizzando cerchi sempre più larghi di nuove
istituzioni, di inestricabili burocrazie. Non per nulla un esperto
della Russia bolscevica quale Bukowski ha affermato che l’Ue ne
costituisce una copia. Non si tratta di un’affermazione esagerata: gli
avvenimenti che lo provano sono sotto gli occhi di tutti, anche se per
la maggioranza dei cittadini, accecati dalla “rappresentazione” della
democrazia, è difficile accorgersene. Ma presto la burocrazia mostrerà
la durezza della sua faccia.
Dittatura europea e Val di Susa

E’
di questi giorni lo scontro dei cittadini con il governo “democratico”
a causa della cosiddetta “Alta velocità” in Val di Susa. Si tratta di
un’opera imposta dall’Ue, ovviamente non per collegare Torino a Lione,
affermazione incongrua e ridicola, ma per poter fingere che l’Europa
sia un unico territorio, trasformando le Alpi e l’Italia in un
“corridoio” europeo (non sono io ad avergli dato questo nome: l’hanno
chiamato così coloro che si sono autoproclamati proprietari
dell’Europa). “Traforare le Alpi”per far passare un treno da Torino a
Lione è un’operazione talmente folle che è impossibile trovare
aggettivi sufficienti a definirla. L’insensibilità dei padroni
dell’Europa e dei loro servi italiani per ciò che è la “natura”, il
territorio, il paesaggio, come la prima e assoluta bellezza di cui è
divinamente ricca l’Italia, sarebbe sufficiente a negarne l’autorità e
il potere. Deve essere comunque chiaro a tutti, e affermato con
assoluta determinazione, che il territorio di una Nazione è proprietà
del suo popolo, e non può essere alienato in nessun modo se non per
espressa volontà del popolo.

I politici odierni non sono
monarchi, non possiedono, come un tempo i re, i territori che
governano. Il governo italiano ha dimostrato in questa occasione, più e
meglio che in molte altre, il suo disprezzo per la democrazia,
opponendo la forza della polizia alla sovranità dei cittadini, mentre
il suo primo dovere sarebbe stato quello di rifiutare l’imposizione
dell’Ue per un’opera ingegneristicamente mostruosa, rischiosa
fino all’impossibile, priva di una qualsiasi giustificazione.
Appellarsi al denaro fornito dall’Ue, come i politici sono soliti
fare, costituisce l’ennesima prova del disprezzo che nutrono per
l’Italia, per il suo territorio, per la sua bellezza. Una prova,
inoltre, della loro incapacità a credere che esista qualcuno al mondo
la cui anima non somigli a quella dei banchieri.


Ida Magli

Fonte: www.italianiliberi.it

Link: http://www.italianiliberi.it/Edito11/fantasmi-realta-potere-banchieri.html
5.07.2011





ho provato ad adattare la grandezza del carattere senza successo, se volete leggere senza diventar ciechi cliccate sui collegamenti
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da Iaco il Sab 9 Lug 2011 - 10:18

http://www.libreidee.org/2011/07/grazie-val-susa-che-insegni-a-lottare-per-un-futuro-vero/
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Lun 11 Lug 2011 - 8:56

COME SI CONQUISTA UN PAESE: L’ATTACCO DELLA FINANZA INTERNAZIONALE ALL’ITALIA
Data: Lunedì, 11 luglio @ 01:20:52 CDT
Argomento: Economia





GAETANO COLONNA
clarissa.it


L'attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto
dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un
ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di
capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria.
Chi
continua a parlare dei "mercati finanziari" come di una divinità che
organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che
questi anonimi "mercati finanziari" hanno nomi e cognomi.
Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.



L'Italia viene
attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell'Occidente che meglio ha
retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i
suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno
mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione
finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie
assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.

L'Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all'euro
e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha
puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono
dubbi che, senza l'ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione
sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita
dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei
nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall'altro, stanno
avanzando senza freni sullo scenario mondiale.
L'Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente
e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana
ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente
filo-israeliana e di democracy building all'americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.

Infine,
l'Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra
centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la
posta in gioco
, essendo strutturalmente impegnata in basse
lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella
copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso
che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.

Il
potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha
acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto
interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni,
dall'Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è
stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che
proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta,
assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i
migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e
nell'allocazione dei capitali. Il classico concetto dell'economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del
mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal
mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei
presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente,
dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.

Nel
caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto
fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che
all'aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne
accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori
riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un
riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente
sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso
del mercato "tradizionale" dei beni, come è stato dimostrato a suo
tempo da Rudolf Steiner, un'arbitraria semplificazione
di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) - nel caso dei
mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione.
Scrivono infatti alcuni economisti "non allineati":

"Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare
non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi
crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono
azioni, a motivo dell'incremento di valore del capitale investito. La
salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che
rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all'aumento. La promessa di
dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il
movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non
prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina
l'inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo
diventa di massa, determina un "contraccolpo" che peggiora gli iniziali
squilibri. Una bolla speculativa consiste qu
alimentaindi di un aumento
cumulativo dei prezzi, che si auto-. Un processo di questo tipo
non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati"(2).


La
visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima
istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze
speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di
condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non
dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro,
i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito
dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque,
delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.

Moody's e Standard&Poor's hanno
rappresentato nell'attacco all'Italia, come già avvenuto nel caso
della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e
propria "voce del padrone". Sono stati infatti gli outlook
(previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a
dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva
colpire ora l'Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody's, o come Alex Cataldo,
responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro
interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino
economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per
poterlo fare.
La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella
storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di
società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il
capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero
valutare obiettivamente prodotti e performance.

"Il primo azionista di Moody's, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett,
il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto
con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di
fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e
vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a
Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a
livello mondiale sono azionisti di Moody's. E guarda caso lo stesso
copione si riproduce in Standard&Poor's: ecco nell'azionariato
comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity,
Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda.
Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond
emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e
vende?"(3).


Queste agenzie non hanno alcuno status
giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso
possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha
definite Nationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto la Securities and Exchange Commission (SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4).
Nonostante
le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come
pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana,
senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody's,
Standard&Poor's e Fitch continuano da anni a macinare profitti
incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate
semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o
quello di Lehman Brother's, quando di queste aziende le agenzie in
questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack
valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo
di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:

"Moody's,
solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati
sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno
un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un
mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo
sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell'assegnare pagelle,
la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente
affatto. Gli anni d'oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo
era al 50% dei ricavi e
nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un'enormità: 1,26
miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all'utile
netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody's ha generato
profitti per complessivi 2,8 miliardi"(5).


Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie
che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente
profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di
regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al
lettore.

"Stimare il valore di un
prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza
oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto
finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si
deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una
stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento "t" il futuro
non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò
che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto
finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una
scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei
mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di
valutazione.
Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è
neutrale: influisce sull'oggetto che intende valutare, dà avvio e
costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating
svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui
mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se
non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l'instabilità come
fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il
rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli
attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo
stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa
bancarotta che hanno annunciato"(6).


Se dunque il mito
dell'efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto
ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l'incredibile
strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie,
occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell'attuale
critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai
poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht,
nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha
fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario
internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati
membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.


"A
livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è
stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le
banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i
quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa
"punizione monetaria" è accompagnata dal processo di
"liberalizzazione finanziaria", che è l'esatto opposto delle politiche
adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la
"repressione finanziaria" (vale a dire severe restrizioni alla
libertà di azione della finanza) e "liberazione monetaria" (con la fine
del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di
assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo
propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che
sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti"(7).

Ecco
quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i
"mercati finanziari", accolto acriticamente ma interessatamente dalle
élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in
Europa all'uso politico del potere del denaro,
giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità
nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e
comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari,
proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge
da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i
nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.

Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti,
tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la
questione dell'efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il
semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco
serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza
politica, altrimenti inspiegabile.

Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l'inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo, non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.

Quando
giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e
dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo
pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che
"quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in
realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le
occasioni", non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di
semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta "logica
di mercato" è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro
regolatore dell'economia, non esiste, mentre esistono attori
che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare
intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro
emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi
sono, cosa fanno e perché.

Se fossero semplicemente i
deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le
"ghiotte occasioni" per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero
allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l'Europa
e non gli Stati Uniti
, il cui debito pubblico è assai più
alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano
contro l'Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato
americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero
semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a
giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano
sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno
applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo
finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende
sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando
almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto,
amministratore delegato del gruppo Generali:

"C'è
necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo
contro attacchi speculativi, anch'essi coordinati, che stanno
investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di
mettere in discussioni la stessa stabilità dell'euro. (...) Nei ribassi
di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati,
promuoviamo l'efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo
una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli
assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti
dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché
continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono
residenti una parte significativa dei nostri clienti"(8).

Viene
quindi finalmente in evidenza, ed è forse l'unico aspetto positivo
della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull'Italia, la
necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento
del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio
che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è
demandata a rappresentanti eletti dal popolo.

In questa
prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni
punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate
alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite
a livello territoriale e basate su principi di semplificazione
burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale,
spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale
e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della
produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo
stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari;
questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i
beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro
commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente
tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in
modo proporzionale ai volumi posseduti ed all'ampiezza della loro
utilizzazione
.

Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l'apertura di un'inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating,
da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne
composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività
svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle
economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le
attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate,
dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal
modo, in definitiva, all'attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionali
che deve essere oggi considerata l'irrinunciabile presupposto per
intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali
classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi
alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via
per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.


Gaetano Colonna

Fonte: www.clarissa.it/

Link: http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=146
10.07.2011


via megachip.it




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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Mar 12 Lug 2011 - 10:06

Non so dove metterlo perché non è propriamente un articolo, non è attuale e non ha nulla a che vedere con le notizie che normalmente postiamo qui ...in realtà sono considerazioni di un blogger sull'attualità partendo da una prospettiva diversa... Rolling Eyes insomma, io lo lascio qui .
Ho tentato in tutti i modi di aggiustare la grandezza del carattere ma non sono riuscita Mad, non lo copio quindi che se no bisogna ricorrere alla lente d'ingrandimento Suspect

http://santaruina.splinder.com/post/13773406/laltra-faccia-del-simbolo-della-pace
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da varanasy il Mar 12 Lug 2011 - 10:54

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=39485

Ecco chi ci apprestiamo a votare, la "sagra paesana"

di Debora Billi - 12/07/2011


Il
Berlusca è al tramonto, scomparso dalle scene. I suoi litigano e
tengono in vita il moribondo esecutivo solo per la poltrona. Il Paese, o
almeno buona parte di esso, invoca elezioni anticipate
per poter finalmente mandare al governo "gente responsabile per
salvare il Paese". Faremmo bene ad approfondire chi è e cosa farà in
realtà questa gente, che ci apprestiamo a votare con tanto entusiasmo e
sollievo immaginando finalmente un'Italia liberata. Interessanti lumi
ce li fornisce Enrico Letta, uno dei massimi rappresentanti del CLN PD, in questa intervista uscita su Repubblica. Sottolineando che il partito si muove "sulla linea del Colle", onde fregiarsi della benedizione del Presidente che, si sa, in Italia è più indiscutibile
dello stesso Pontefice ed è "amatissimo" per default, ecco che Letta
ci spiega la ricetta che verrà cucinata non appena Berlusconi finirà
nel suo sarcofago egizio. E cosa annuncia Letta? Ma naturalmente, la sua specialità: privatizzazioni. Di quel che resta delle nostre proprietà, dopo che le hanno ben bene distrutte, rese inefficienti, svalutate, pensando a Poste, Ferrovie, Eni, Enel, Finmeccanica e alle 20 mila aziende partecipate degli enti locali.
Privatizzate, in mano a corrotti prenditori italiani o a rapaci
prenditori stranieri. Riesco quasi ad immaginarmeli, ammassati ai
confini, mentre si fregano le mani pensando di piazzarle finalmente su bocconcini golosi quali ENI, che sta pestando i piedi davvero a troppi. E infatti Letta, col promettente slogan di Progetto Italia, annuncia il lancio di "due nuovi campioni nazionali": evviva! Naturalmente, nulla di davvero "nazionale": con una golden share pubblica e una gestione manageriale, si strappa via Snam Rete Gas dal controllo ENI (e Gazprom...), cosa auspicata da tempo e da molti, per farne un Polo sul "modello inglese" (sarà un indizio?). Letta dice anche che Il Pd si candida ad essere il country party, il partito dell'Italia. Sarà che il mio inglese non è perfetto come il suo, ma io traduco "country party" con "sagra paesana". E mi pare assai più appropriato.
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Re: Rassegna Stampa del Regno

Messaggio Da Iaco il Mar 12 Lug 2011 - 16:07

per me qui c'è lo zampino di Gele....

Londra, la “Corazza genitale” non ha piu' misteri

Un turista siciliano ha svelato a Londra un mistero rimasto insoluto per secoli e secoli. E’ il mistero della celebre “corazza genitale”, attrazione della visitatissima Torre di Londra, antico edificio sito a due passi dalla splendida Tower Bridge e a un passo dal Tamigi. La Torre di Londra e’ nota, tra le altre cose, perche’ custodisce i gioielli della corona e lo scettro reale con il diamante piu’ grande del mondo: la prima "Stella dell'Africa". Ma tutte le attenzioni dei visitatori, abbiamo potuto constatare di persona, non sono per le corone tempestate di gioielli e nemmeno per la “Stella d’Africa”. L’interesse maggiore lo suscita la fantastica e al tempo stesso enigmatica “corazza nella corazza”, una protuberanza a involucro cilindroidale unica al mondo avvolta in lamine di acciaio inox antitaglio e a prova di scasso che si allunga per diversi centimetri e in orizzontale da una grandiosa armatura esposta in una teca con vetro blindato assieme ad altre piu’ innocue armature della Torre di Londra. E’ molto curioso e fa davvero impressione il fatto che tra decine di armature in esposizione, la corazza che vi facciamo vedere nella foto sia l’unica dotata di speciale “corazza membrale” a protezione dei preziosi cavallereschi. In tanti tra gli studiosi, accademici e scienziati britannici si sono scervellati per venire a capo dell’arcano, senza successo. C’e’ chi e’ impazzito, c’e’ chi e’ morto. Il nostro turista siciliano (che per ragioni di privacy ci ha pregato di mantenere l’anonimato, ma per facilita’ di narrazione indicheremo con la sigla R.M.) ha trovato la spiegazione di cotanta generosita’ armatoriale. Perche’, si e’ chiesto subito R.M., l’armatura con la “corazza genitale” ha la superdotazione extra mentre le altre no? Forse che le altre corazze, essendo piatte sotto la cintura, sono appartenute a guerrieri donne o uomini operati? Forse che al guerriero che indossava la corazza genitale non e' riuscita l’operazione di impianto di un membro bionico artificiale che poi e' rimasto bloccato nella sua lunghezza longitudinale? O forse che il guerriero si eccitava ormonalmente guerreggiando in combattimenti corpo a corpo? O forse che il guerriero voleva semplicemente far spevantare il nemico avversario con segni di deterrente superpotenza?
Tante e tante domande che per secoli e secoli non hanno trovato una risposta chiara e convincente. Il nostro siciliano a Londra ha invece scoperto che l'armatura corazzata non e’ stata in origine realizzata con lo speciale “porta gioielli” dal fabbro costruttore. La protuberanza si e’ formata dopo, col tempo, e dall’interno, con la forza della natura. R.M. ha scoperto che l’armigero che indossava l’armatura armata e’ rimasto incastrato dentro la pesante protezione d'acciaio non riuscendo un giorno a sfilarsela piu’, non si sa se per la fatica, per la ruggine, per l’obesita’ o per i calli agli arti. Il guerriero e’ rimasto non solo incastrato ma immobile e senza parole. Per le troppe imprecazioni e’ diventato afono, mentre per i furiosi tentativi di liberazione ha avuto la paresi in quasi in tutto il corpo. Per sua sfortuna, ha poi vissuto per alcune settimane dentro quell’armatura in un luogo che in pochi giorni si e’ trasformato in locale di “divertimento post bellico”, dove i colleghi guerrieri andavano a spassarsela con incontenibili donne ignude lussuriose per scaricarsi dalle fatiche di guerre sanguinarie. Tappato in un’armatura e a due passi dal piacevole spettacolo, il nostro guerriero e’ morto impotente dalla voglia di cavalcare i sentimenti del momento. Mentre a Pinocchio quando diceva le bugie gli si allungava il naso facendosi spazio nell'aria, al nostro guerriero dentro quell'armatura d'acciaio...


Il turista siciliano, sollecitato dalle autorita' britanniche, sta cercando adesso di fare luce su un aspetto davvero strano e singolare della "mysterious armor". Perche' l'appendice corazzata si sviluppa in orizzontale e non obliquamente? Perche' l'armatura genitale ha quel diametro spaventoso che supera i dieci centimetri? Forse che il guerriero che la indossava era anormale e gli piaceva entrare nella tuta d'acciaio con tutto l'apparato bellico senza il tepore protettivo delle mutande, completamente nudo nelle parti intime?

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